Troni e successioni

Troni e successioni

Il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato.” – Carlo Azeglio Ciampi

Le ultime settimane hanno confezionato due eventi a dir poco improbabili, entrambi legati alla funzione di Capo di Stato: le dimissioni di Joseph Ratzinger da pontefice e la riconferma a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano. Ciò che cambia, in filigrana, è il senso profondo di queste due istituzioni.

Le dimissioni di Ratzinger, ultimo atto di un “romanzo ecclesiale” dipinto di intrighi, malevolenze, fazioni contrapposte per il potere, incrina nella coscienza dei fedeli il dogma dell’infallibilità papale quale emanazione diretta dello Spirito Santo; nella percezione comune spazza via l’ultima traccia di una Chiesa che sia – anche solo lontanamente – ministero di Dio.

Dal canto suo, la rielezione a sorpresa di Napolitano – ultima disperata “stretta di mano” fra Berlusconi e un Partito Democratico che ha ostinatamente rifiutato la proposta riformatrice del Movimento Cinque Stelle – è il definitivo “gettare la maschera”. Non più un Presidente super-partes, custode della Costituzione, ma un figlio del Palazzo, garante delle sue precarie alchimie e consorterie. Questi ultimi sette anni ne hanno disegnato il profilo, un petalo alla volta: ora è alla luce del sole. E il “governo di unità nazionale” è appena a un passo.

Granite e globalizzazione

Granite e globalizzazione

Granite e globalizzazione

Alla Cala, a un tiro di schioppo da Porta Felice, c’è il Chiosco della Frutta. La portata principale, manco a dirlo, sono i piatti di frutta. Pochi euro (a onor del vero, neppure tanto pochi) ed ecco ricche composizioni di fragole, banane, meloni, angurie, albicocche, ananas ed altro ancora.

Un’idea del genere, luminosa nella sua semplicità, poteva nascere solo in una borgata marinara. «Lontano dalle grinfie della globalizzazione» pensi mentre vai a sederti. «Dove c’è ancora il legame con la terra, dove sole e mare chiamano leggerezza!»

Poi però il garzone, un ragazzo paffutello che non sorride mai, ti distoglie: «Ce la vuole la granita sopra?»

Allora ti ricordi che sei a Palermo. Dove, ineluttabilmente, trionfa il gusto barocco per quella cosa in più. Che magari non c’appatta niente ma che un po’ sfiziosa lo è.

Leoluca apre le porte

Leoluca apre le porte

Il primo atto di Orlando sindaco è plateale. Apre, a favore di pubblico e telecamere, le porte di Palazzo delle Aquile; e per un attimo si incrociano gli assi ortogonali del senso offerto dalla sua candidatura. Protagonismo individuale e partecipazione.

«Ho conquistato il palazzo – sembra dire, con accenti epici – e adesso lo apro a tutti voi.» E in questo semplice gesto si ribadisce – non ha mai pensato di essere altrimenti – attore  imprescindibile, necessario della “liberazione” di Palermo.

Che piaccia o meno il sapore, ritorna una sindacatura che all’agire affiancherà il segno. E il professore sa quanto, nella coscienza collettiva della città, questo sia prezioso.

“Close Up”, collettiva di fotografia macro

“Close Up”, collettiva di fotografia macro

Collettiva di fotografica macro, a cura di Giovanna Amorello, Martina Botta, Roberto Chifari, Dario Di Gabbia, Daniela Di Mitri, Monica Maniscalco, Giuseppe Milletarì, Anna Mogavero, Francesca Perez, Daniela Randazzo, Michele Salica, Federica Sausa, Fabio Vento.

Vernissage venerdì 18 novembre 2011, ore 19.30, Bartolo Chichi Art&Photo Gallery (via Vann’Antò 16, Palermo).

L’esposizione resterà aperta fino a sabato 10 dicembre, con i seguenti orari: dal lunedì al venerdì dalle 9.45 alle 13 e dalle 16.30 alle 19.30 e il sabato dalle 9:45 alle 13.

Comunicato stampa.

Guerrilla Klein

Guerrilla Klein

No Logo - Naomi Klein

Qual è il senso profondo delle azioni di Guerrilla Gardening che finalmente infiammano anche Palermo?

A mio parere è qualcosa che ha a che vedere con la rappresentazione della città e nella città. In No Logo Naomi Klein definisce il marchio, il brand come elemento attraverso cui l’interesse economico invade la nostra quotidianità, rispondendo con un patrimonio di valori e contenuti alle nostre domande inespresse. E’ un che di intangibile, quindi, ma – banalmente – è anche qualcosa di fisico, qualcosa che invade i nostri spazi pubblici e li rende, in qualche misura, “privati”.

Beh, cosa c’è di meno “privato”, e nel contempo di più “sociale”, della nuda natura?

Bellezza contro aridità. Cura e amore contro consumo. Bene pubblico contro risorsa privata. Nulla di più politico del ribadire che anche una piccola aiuola può essere oasi di vita sociale.

Tante volte ti ho vista

Tante volte ti ho vista

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Tante volte ti ho vista, e continuo a rivederti.

Qualche volta sei scomposta, affamata di luce, vivi sulla cresta di occasioni totali. Cerchi di assaporare, prima che si assottigli, il midollo della vita. Altre volte – più concreta e reale – cerchi una base per i tuoi pazienti mattoni d’amore.

Devi ancora conoscere il freddo, l’amaro. Rinnegare i saperi che con tanto amore ti hanno impartito, e non sarà facile. Vivere la delusione e – ancor di più – la sua amara medicina, la consapevolezza che bene e male stanno avvinghiati nel cuore di ciascuno di noi.

C’è qualcosa però che nessuno può toglierti, cara ventenne, ed è qualcosa che tanto invidio. Il tuo fiero, cocciuto, gratuito sorriso.

Daniel e le notti di Palermo

Daniel e le notti di Palermo

In via Dante, nei pressi dell’ex stazione Lolli, c’è una rosticceria tamil aperta fino a tardi. Si chiamerebbe Ceylon Fast Food ma per tutti è “Daniel”.

Daniel ha poco più di trent’anni ed è un tipo simpatico, giocherellone: quando ti vede non manca mai di darti il “cinque”. Lì per lì sorridi divertito, ma prima o poi, tra un bonda e un masala vadai, ti presenti e inizi a fare amicizia, a chiacchierare.

E presto o tardi ti parla della sua famiglia. Della donna, anche lei asiatica, sposata meno di un anno fa. Di Palermo che lo ha accolto e che sente più che mai “sua”. Di suo figlio, palermitano d.o.c., di cui tiene una foto al muro. Lo fa con un filo di orgoglio e tu intravedi un uomo felice. Felice perché sa, meglio di altri, cosa conta nella vita.

C’è un che di bello nelle notti di Palermo, nel modo in cui certi posti sanno aprirsi e farsi “piazze”. Uno di questi è il Ceylon Fast Food. In cui l’avvocato e lo studente, il “fighetto” e il ragazzo di strada sono accolti con la stessa simpatia, e a tarda ora possono anche ritrovarsi a scherzare insieme.

Per qualche istante puoi perfino realizzare che non ci sono differenze, che siamo tutti simili: tutti vagabondi nel buio della città, in cerca di qualcosa di buono. E magari di un sorriso.

Angelo

Angelo

Angelo Ribaudo

«Di nulla. E’ un dovere assoluto.»

Di te, di quell’unica volta che ci incontrammo, mi è rimasta questa frase. Densa e perentoria come da un vocabolario prezioso e desueto. E poi quei “namastè” che ogni giorno dispensavi su Facebook, quelle foto di te da giovane che più di mille parole gridavano amore, sogni, libertà.

Troppo poco per conoscerti davvero, abbastanza per desiderare che le nostre strade si incrociassero ancora.

Adesso che non ci sei più, non mi resta che ascoltare i ricordi: quelli dei tuoi amici. Un grande cuore, un uomo gentile, l’animo di un poeta. Pare quasi strano che si parli di un uomo politico: specie qui, a Palermo. Ma è colpa nostra, che – avvizziti dal marciume – abbiamo smesso troppo in fretta di guardare alto.

Allora il rimpianto è tanto, non meno del dispiacere. Mi sarebbe piaciuto farti la più grande delle domande: come si fa a diventare grandi senza smettere di sognare?

Già. Tante cose avrei voluto chiederti, ma ho fatto appena in tempo a salutarti. Quando di risposte, come me, non ne avevi più. Quando eri già solo e ignaro di fronte all’ultimo dei viaggi.