“Il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato.” – Carlo Azeglio Ciampi
Le ultime settimane hanno confezionato due eventi a dir poco improbabili, entrambi legati alla funzione di Capo di Stato: le dimissioni di Joseph Ratzinger da pontefice e la riconferma a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano. Ciò che cambia, in filigrana, è il senso profondo di queste due istituzioni.
Le dimissioni di Ratzinger, ultimo atto di un “romanzo ecclesiale” dipinto di intrighi, malevolenze, fazioni contrapposte per il potere, incrina nella coscienza dei fedeli il dogma dell’infallibilità papale quale emanazione diretta dello Spirito Santo; nella percezione comune spazza via l’ultima traccia di una Chiesa che sia – anche solo lontanamente – ministero di Dio.
Dal canto suo, la rielezione a sorpresa di Napolitano – ultima disperata “stretta di mano” fra Berlusconi e un Partito Democratico che ha ostinatamente rifiutato la proposta riformatrice del Movimento Cinque Stelle – è il definitivo “gettare la maschera”. Non più un Presidente super-partes, custode della Costituzione, ma un figlio del Palazzo, garante delle sue precarie alchimie e consorterie. Questi ultimi sette anni ne hanno disegnato il profilo, un petalo alla volta: ora è alla luce del sole. E il “governo di unità nazionale” è appena a un passo.





