11/11

Non è che creda alla numerologia, ma il numero 11 è stato sempre particolare per me, soprattutto come marcatore di tempo. Sono nato un giorno 11 e il mio onomastico è un giorno 11, ma questo sarebbe davvero il meno. Tanti episodi importanti della mia vita sono avvenuti proprio il giorno 11 di qualche mese.

Così non mi sono stupito più di tanto quando ho saputo che quella casa che ho a lungo voluto, a lungo sognato, sarebbe stata mia proprio il giorno 11 di un mese 11. E, a dirla tutta, orologio del notaio alla mano, ad un’ora che si approssimava alle 11. Ho accolto la cosa come straordinaria e naturale a un tempo.

Oggi, per la prima volta, sono entrato da proprietario. Ed oggi, per un attimo, l’ho vista.

No, non l’ho vista com’è adesso. L’ho vista come potrà essere, come forse sarà, quando inizierò ad abitarla, a viverla, a farla mia. Quando, da vuoto contenitore, inizierà a riempirsi di tutte le cose che mi appartengono. Succederà a poco a poco, e proprio per questo sarà entusiasmante.

Finora l’ho desiderata, l’ho guardata da lontano perfino quando venivo a visitarla. Oggi forse, dico forse, ho iniziato ad amarla.

Lorenzo e il basket

Per Lorenzo il basket è diventato una ragione di vita. Gli piace l’idea che il tempo scorra all’indietro, che ognuno delle centinaia di tiri possa alla fine risultare decisivo, che tutto, a un secondo dallo scadere dei quaranta minuti, possa cambiare. Come nella vita. Un gesto, un’idea, un errore, un’imprudenza possono sollevare o travolgere. Gli piace che sia un luogo di fantasia e organizzazione, che si possa volare e restare in aria prima di depositare la palla nella rete del canestro. Gli piace che siano decisivi i numeri, le percentuali, le statistiche. Si entusiasma a questo impasto di poesia e razionalità, di estro e contabilità, di schemi alla lavagna e di genialità pura. Gli piace il caos di un’azione che si ricompone nell’atto finale. In fondo qualcosa che assomiglia alla struttura di tanti romanzi di Calvino, dice lui.

Da “LA scoperta dell’alba” di walter veltroni (2006)

Immagine tratta da un dipinto di Luigi Russolo.

L.

Ho saputo di recente che L. non c’è più.

Per un certo periodo è stata la mia insegnante di meditazione. Piccola di statura, parlava parole minime, che però – una ad una – si incastonavano nel diamante di un discorso meticoloso, levigato e congruente. E fiducioso, eternamente fiducioso, nell’uomo e nel valore dell’impegno in ogni cosa che si fa.

Una volta, se ricordo bene, mi raccontò che era stata tra le prime donne, in Sicilia, a laurearsi in Ingegneria. Allora mi divertii a immaginarla nel suo lavoro («È attraverso il lavoro che si restituisce alla collettività ciò che si ha ricevuto»), a progettare, costruire. Entusiasta, lenta e precisa, in tempi che accoglievano la lentezza come virtù.

Raramente mancavo alle sue lezioni, al punto che, qualche volta, siamo stati soltanto io e lei. Ricorderò sempre quei momenti: quella grande sala era lì solo per noi e ogni cosa sembrava importante. Era il momento giusto per essere presente a me stesso.

Era da molto che non la sentivo. Mi sono detto tante volte: «Adesso la chiamo». Ma per dirle cosa? Parole di pura circostanza?

E poi, penso che, pur nella sua composta umiltà, avesse nozione della mia grande riconoscenza.

Mark Waid su Fantastic Four: il male come violazione del sacro

Non manca molto al nuovo trattamento cinematografico dei Fantastici Quattro e, di conseguenza, anche il Dottor Destino troverà nuova vita sul grande schermo; stavolta, si spera, in una foggia che renda giustizia al personaggio creato da Stan Lee e Jack Kirby.

Uno spunto, secondo me, potrebbe venire dal passato recente, precisamente dai primi anni duemila e dall’apprezzata gestione di Fantastic Four Mark Waid e Mike Wieringo.

In una fase storica in cui realismo e attualità – in vari gradi – entravano di prepotenza nell’intreccio narrativo dell’universo Marvel, la prosa scanzonata di Mark Waid e il tratto cartoonesco di Mike Wieringo sembravano voler riportare all’ingenuità e alla leggerezza dei primi anni ’60. Perché, se è vero che i Fantastici Quattro aprirono la strada al novero dei “supereroi con superproblemi”, al contempo ne costituirono l’angolo più solare, ottimista, votato al fantastico.

Eppure, a pochi numeri dall’avvio, qualcosa accade. Il numero 67 (“Under her skin”, giugno 2003) ha come unico protagonista Destino. Il tono della narrazione, per una volta, si fa composto, interlocutorio: segue il personaggio nella ricerca di qualcosa, forse di una redenzione.

Senza violare troppo lo spoiler, dirò che quando lessi le ultime pagine del numero, rimasi senza parole.

Negli anni ho visto Destino torturare, uccidere, perfino tentare di conquistare il mondo, senza che questo mi distogliesse dalla consapevolezza di star leggendo un fumetto. Stavolta no. Stavolta Destino compie il male come superamento del confine delimitato dal sacro.

E per la prima volta cambia. Assume nuova pelle. Diremmo per sempre, se le politiche del comic book seriale non riportassero, periodicamente, al ripristino dello status quo. Ma per quel breve istante Mark Waid ci regala una figura vertiginosa, imperscrutabile. Eppure intimamente umana.

E per questo, reale.

Fantastic Four (vol. 3) #67 è stato pubblicato in Italia su Fantastici Quattro 231, Panini Comics.

E naturalmente, Panama

“Panama geometrico anni ’70”: si chiamava così – lettera più, lettera meno – il tessuto che ordinai per farne una tenda. Fu forse l’ultima stoccata del mio pallino per il vintage; o forse erano quelle forme, che mi ricordavano il traboccare di uno squillo nello spazio e che ai miei occhi promettevano suggestioni patinate e sensuali.

Stasera sono tornato brevemente al mio appartamento. Lo sarà ancora per poco, perché sto per trasferirmi in una dimora più grande. E soprattutto mia.

Ho fatto un po’ di inventario prima del trasloco e in pochi attimi l’ordine della stanza si è squarciato. Mi ha fatto male, perché sapevo che quel disordine non si sarebbe più ricomposto. Sarebbe rimasto lì fino alla fine, per poi portare via tutto.

Ho amato, ho amato molto questa piccola, accogliente stanza. E’ stata tante cose. Trafelato e sofferto approdo. Poi luogo di dolore, quando fu il momento di soffire. Poi, più tardi ancora, complice culla per giorni stanchi e felici. Solida scrivania, per tanti e tanti fine settimana di incessante lavoro.

«E’ una stanza piccola, ma ogni cosa che c’è qui ha una storia»: con queste parole, una sera, mi divertii a raccontare ai miei ospiti da dove venisse quel quadro alla parete o perché quel particolare libro significasse tanto per me. Entrare a casa mia, in quel periodo, era un privilegio concesso a pochi: purtroppo chi ne fu destinatario non seppe far tesoro dell’affetto ricevuto. Ma non me ne sono mai pentito.

C’è una cosa che mi mancherà più di tutto. Quelle serate leggere e languide come la vaporwave che mi sorrideva e che per la prima volta scoprivo. Veniva da lontano, e univa vecchio e nuovo.

E naturalmente, Panama.

Lost in translation

Spoiler warning, ma neanche tanto.

Nel film “Joker”, c’è un certo punto in cui il protagonista apre un diario con scritto “Spero che la mia morte abbia più senso della mia vita”. La frase, manoscritta, appare a video in lingua italiana, com’è ormai consuetudine.

La resa nella nostra lingua cela un intraducibile gioco di parole: l’originale recita infatti “I hope my death makes more CENTS than my life”. Si gioca sull’assonanza fra “cents” e “sense“, ed è un dettaglio tutt’altro che trascurabile rispetto alla costruzione di senso che animerà la tragica parabola di Arthur Fleck.

Personalmente avrei fatto di tutto per mantenere anche lontanamente l’allusione. Per esempio, traducendo più liberamente con qualcosa come: “La mia vita non vale un SOLDO, spero che la mia morte invece sì.”

Il silenzio, in effetti

Non sono un teologo. Lui mi ha parlato molto di te e ho capito che avete lo stesso tipo di problema. Il problema è il silenzio. Ma, quale silenzio? Ci sono quattro tipi di silenzio: silenzio letterale, allegorico, morale, divino. E mettere insieme questi quattro tipi di silenzio è molto difficile, quasi impossibile. E’ un goal. Ma dopo c’è l’armonia, capisci? […]

Siamo cattolici, religione sportiva… ma non buoni contro cattivi… buoni contro buoni. Questi buoni fanno goal. Ogni goal è un silenzio.

Cosa vuol dire essere comunisti? Un sentimento. Un sentimento di totalità. Ma cosa è questa totalità? È un campo, un campo da gioco, una piscina. Intorno sono gli angeli, il pubblico. Il pubblico ti guarda, urla, ti vede… tu invece… silenzio. Goal!

Da “Palombella Rossa” di nanni moretti (1989)

Di sassolini, merendine e ingranaggi

Della serie: mi tolgo un sassolino dalla scarpa.

Ricordo ancora quando, ormai tanti anni fa, mi recai per la prima volta al Dipartimento di Matematica dell’Università di Palermo, dove mi sarei iscritto al corso di laurea in Informatica.

Accompagnavo un amico, anche lui munito delle stesse intenzioni. Varcammo la soglia della stanza dell’allora presidente di CdL (un tipo burbero, ma che con il tempo avrei imparato ad apprezzare), e il mio collega esordì con qualcosa come: «Ho seguito un corso di programmazione presso un ente di formazione, volevo sapere se poteva essere convalidato…»

La risposta è ancora scolpita nella mia memoria, parola per parola: «Se lo dimentichi! Noi non teniamo “corsi”, questo è un corso di laurea per professionisti!»

Al tempo sembrò anche a me una replica fin troppo perentoria. Il tempo, però, già rideva di me: sapeva che di lì a poco mi avrebbe fragorosamente smentito.

Intendiamoci: probabilmente è vero che non basta una laurea per dirsi professionisti. Che il talento individuale non si forgia tra le righe di un libretto universitario. L’università però – questo sì – ti insegna a pensare. Ti fa dono del pensiero nella sua dualità di analisi e sintesi. Di rigore e astrazione. Di metodo e visione d’insieme.

Allora forse, in un certo senso, io posso dire di essere nato lì, fra quei banchi, e neppure durante una lezione di informatica. Tra le persone che ricordo con più affetto c’è il professor Di Franco, che teneva un corso di matematica. L’unico dove, agli esami, gli studenti potevano portare e consultare qualsasi tipo di testi e di appunti. Certo, perché risolvere quei problemi era puro ingegno.

Io ebbi il massimo: ecco, forse è lì che sono nato. Che ho iniziato ad amare il problem-solving non come mera applicazione della conoscenza, ma come vera e propria “risoluzione di un puzzle”, data dalla combinazione creativa di “tasselli” eterogenei.

Decisi, senza neppure rendermene conto, che sarei diventato uno sviluppatore web. E qui è doverosa una digressione.

Non credo sia sconvolgente affermare che l’informatica esiste da molto prima che vedesse la luce il primo sito web. Esisteva già nei programmi, nei sistemi operativi, nel mondo dell’industria, nella contabilità. Esiste nella calcolatrice che tenete sulla scrivania.

Il web è soltanto una espressione del lavoro del programmatore, ma certamente ha un primato. E’ stata la prima esprerienza che ha visto incontrarsi (scontrarsi?) informatica e marketing.

“Scienze delle merendine” era l’epiteto, volutamente sarcastico, che ai miei tempi si soleva attribuire ai corsi di laurea in scienze della comunicazione. Un modo come un altro per descriverne la consistenza un po’ magmatica, tenuta su più da un “ideale” (quello del “saper comunicare” nella nascente società dell’immagine) che da una solida base teorica, metodologica e scientifica.

Apriti cielo: ad un certo punto, come per miracolo, tutti sono diventati “comunicatori”. E il web, già da prima dell’avvento di Facebook, si è fatto luogo d’elezione della comunicazione d’immagine.

E’ stato così che l’informatico, nella veste di sviluppatore web, è stato accolto in un contesto non prettamente informatico: quello delle “agenzie di comunicazione”. Entità il più delle volte precarie, disorganizzate, gestite da emeriti cialtroni che si dipingono come conoscitori della “sottile arte della persuasione”. Appresa come o dove non si sa, visto che, fino a prova contraria, la mente umana è un mistero anche per i più raffinati psicologi.

L’avrete capito: io sono stato tra questi. Ed è stata la mia più grande ingenuità, che ho pagato cara. Perché non c’è nulla di peggio, per chi cerca di essere buon artigiano del proprio lavoro, che trovarsi fra persone che ne disconoscono portata e complessità, facendone merce. Che sia per avidità o semplicemente per ignoranza e presunzione. Perché, sapete, c’è un’altro scoop: da quando c’è WordPress e la nota “5-minute install”, tutti sono anche programmatori. Almeno finché non si presenta un problema che il plug-in di turno non può risolvere.

Per un po’ ho retto, poi sono andato via, sbattendo la porta. Senza nessuna garanzia per il mio futuro. Sapete? Lo rifarei altre 10, 100, 1000 volte. Perché la dignità non ha prezzo.

Oggi, dopo tante difficoltà, posso dirmi felice. E non tanto per la tranqullità materiale che ho conquistato, ma per un motivo ben più alto: ho ripreso a godere del mio lavoro. Ed è una piccola magia ogni volta che, applicando le mie conoscenze, risolvo un problema; ogni volta che, dentro di me, due ingranaggi in apparenza lontani si incastrano e iniziano a ruotare all’unisono.

E sono lieto e onorato di aver incontrato nel mio cammino i professionisti con cui oggi collaboro da consulente. No, non sono tutti informatici. Ma sono tutte persone che, per cultura, sensibilità o esperienza, riconoscono ogni giorno il valore del mio impegno.

A loro, soltanto a loro, va un grazie dal profondo del mio cuore.

A metà strada

Sono le proprie aspettative che, con umiltà e delicatezza, bisogna imparare ad adagiare sul piano delle reali possibilità di vita? Avere misura di sè, si dice, è indice di saggezza.

Sono invece il proprio talento, il proprio impegno, che vanno affinati con costanza perché prendano il volo e avvistino il cielo terso dei propri sogni? Coraggio e intraprendenza, si dice, sono alla base del miglioramento di sè.

La risposta è: probabilmente entrambe le cose. Trovo che nella mia vita, finalmente, le due parabole si siano abbracciate. Sì, a metà strada.

(in foto: particolare da “Mediterranea” di Pupino Samonà)

Quando la sera…

Quando la sera vado a dormire, è un lento e placido scivolare verso il sonno. Niente di più gioioso che ritrovarmi nell’intimo del mio letto. A lui mi consegno nella sincerità della mia stanchezza, indifeso come un bimbo.

Picasso sa riconoscere il momento, e il più delle volte eccolo lì, a far ciambella proprio accanto a me. Probabilmente si sentirà protetto, ma tante volte mi diverto a pensare che sia lui a proteggere me, a traghettarmi per la notte come un’esperta vedetta, con quei suoi occhi che sono sempre lì per lì a schiudersi alla più piccola sollecitazione.

Il pensiero si fa sempre più lieve e diradato: ad un certo punto realtà e fantasia si intrecciano imprevedibilmente. Quasi sempre ho dei lampi di memoria: ricordi che mi sforzo di ricollocare nella giornata appena conclusa. Poi mi rendo conto: sono ricordi sì, ma di sogni. Di quelli che ho vissuto la notte precedente.

Credevo di averli rimossi, ma sono ancora lì, dentro di me. E sembrano chiamarmi a sè, drappi di una tela sconfinata che si estende notte dopo notte. Arriverò presto.

© 2019 Fabio Vento

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