I bambini di Amazon

Ho seguito con grande interesse questa intervista – di pochi mesi fa – di Nichi Vendola a Piazzapulita (La7).

Senza che questo sgombri il campo da ragionevoli perplessità, mi ha colpito il fatto che perfino una coscienza apertamente libertaria come quella di Vendola si sia resa conto del rischio di una possibile deriva mercantile nella cosiddetta “gestazione per altri”. La scelta – sua e del suo compagno – di costruire un rapporto di affetto, continuativo, con la donna che ha messo al mondo il loro bambino testimonia la consapevolezza che il dato naturale delle origini di ciascun individuo fa parte della sua storia personale e non è riducibile a mero processo fisico o equiparabile a merce disponibile sul mercato.

Il dibattito, è chiaro, non termina qui. Interrogarsi sulla mercificazione della vita unicamente a partire dalla genitorialità delle coppie omosessuali equivale però – a mio avviso – a guardare davvero alla punta dell’iceberg; peraltro a tutto svantaggio di una categoria di individui che tuttora fatica ad ottenere adeguati riconoscimenti giudirici.

Parliamo delle famiglie cosiddette “tradizionali”. In quanti casi la decisione di mettere al mondo un bambino scaturisce da nulla più che un desiderio egoistico, sia esso meramente narcisistico o, al contrario, legato a filo doppio a quel vissuto sociale – ancora oggi persistente in larghi strati della popolazione – che identifica la realizzazione della donna esclusivamente nel ruolo di madre?

Io non sono genitore. Ma se un giorno pensassi di diventarlo, mi porrei anzitutto due domande. La prima: mi reputo in grado di essere genitore? Dunque, di poter garantire presenza e capacità nella difficile impresa dell’educazione e della formazione di un figlio? La seconda: reputo di essere, e di continuare ad essere per tanti anni, in grado di sostenere economicamente le necessità di mio figlio, finché questi non potrà rendersi indipendente?

Credo che in pochi si pongano realmente simili quesiti. Il nostro paese, purtroppo, trabocca di genitori che non sanno essere genitori, o che diventano tali senza poter assicurare all’infanzia del bambino la necessaria tranquillità materiale.

“Saremo sempre precari – dicono in tanti, e non a torto – e allora tanto vale farlo il bambino”, quasi come lancia di speranza scagliata, à la Don Chisciotte, contro un male intangibile. Dimenticando che chi ne farà le spese sarà proprio lui, che da soggetto di diritto, da invididuo che ha valore in sè, diventa – questa volta sì – poco più che un oggetto, uno “strumento per dimostrare che”.

Chiudo con un breve ricordo di ormai tanti anni fa. Un’azienda con cui collaboravo durante la mia “gavetta” lavorativa aveva in gestione la pagina Facebook di un’impresa che vendeva prodotti per neonati. Al fine di creare engagement sulla pagina, per più anni consecutivi organizzò un contest online: “Posta la foto del tuo bambino”. Quella che avrebbe ricevuto più likes avrebbe vinto un premio. Decine di madri diedero in pasto ad una pagina pubblica le foto dei propri figli, e molte di esse non esitarono a ricorrere a mezzi scorretti come gruppi di “scambio likes”. Alla fine di ogni contest, peraltro, non mancarono mai gli scontri verbali su chi “ne aveva di più”.

Non fu, questa, la più squallida delle mercificazioni?

Tales of Monkey Island and lateral thinking

Warning: spoilers ahead.


Rise of the Pirate God, the fifth and final installment of the episodic Tales of Monkey Island adventure game by Telltale, opens up with Guybrush, the pirate protagonist, killed by antagonist LeChuck and stranded as a ghost in the Crossroads, a limbo dimension that connects the realm of the living with the one of the dead.

He soon learns that, in order to come back to the land of the living, he needs to craft a spell:

Courage, anchor, direction, sacrifice: place these things in a ring at the center of the Crossroads

He soon finds four objects, each of which embodies one of these “ingredients”, and is thus able to make his way back – abeit still as a ghost. With the help of pirate-hunter Morgan LeFlay and his wife Elaine Marley, he is able to defeat LeChuck – only at the cost of again getting trapped in the Crossroads, far from his love and friends, this time with no obvious way out.

I really liked this moment, because at this time, no clue whatsoever is given to the player as to how he can make his escape. For a few instants, the feeling of hopelessness is real and tangible – somehow harkening back to the era of early adventure games where puzzles where extremely difficult and no hints were provided to lead the player towards the right direction.

The key to the exit from the Crossroads, which is also the final puzzle of the episode and of the game as a whole, is great in that it involves both lateral thinking and acknowledgement of the overall sense of Guybrush’s journey. The player will have to realize that he is actually in possession of courage, anchor, direction, sacrifice – moreover in a ring, as the spell requires.

Elaine’s wedding ring, which he carried with himself since the very beginning of the game, is the sole object that never found a use in any of the game’s installments – yet it was always kept as an embodiment of his love for her. A love which gave him the courage to fight even when the situation seemed hopeless; an anchor to cling to in desperate times; direction like a bright star to look at; and even the willingness for sacrifice. That’s where the protagonist becomes somehow real and one with the player.

Somehow harkening back to the E-ticket from Monkey Island 2, Tales of Monkey Island gifts its happy ending only to those who are willing to go beyond the mere mechanicism of the adventure game genre and see a story behind it.

L’intervista che mai avverrà

Un po’ per gioco, un po’ perchè “due parole mi va di spenderle”, e non senza confessare un punto di narcisismo, mi sono divertito a immaginare che un giornalista in disperata cerca di spunti, non trovi di meglio che intervistarmi per l’anniversario di un progetto che creai tanti anni fa.

Tra pochi mesi saranno dieci anni dalla nascita de “La Palermo Vegetariana”: per chi non lo sapesse, è un progetto no-profit che nacque, inizialmente, come sito-mappa dei luoghi veg-friendly di Palermo. Che ricordo ha di quei giorni?

Molto positivi: erano legati al piacere di scoprire e condividere le informazioni. Essere vegetariano a Palermo dieci anni fa non era certo come oggi: l’argomento non era di moda, o se preferisce “di mercato”, per cui le informazioni utili sui luoghi veg-friendly (parlo di punti di ristoro, di negozi di alimentari, ma anche panifici e pasticcerie) sparsi per la città, transitavano per lo più dai social network. Serviva una piattaforma che in qualche modo raggruppasse e sistematizzasse questi dati: l’idea fu piuttosto immediata e altrettanto lo fu la sua realizzazione.

Da lì a poco nacque un vero e proprio blog, inizialmente solo di ricette, poi arricchito da testimonianze, approfondimenti, e perfino da qualche intervista d’eccezione…

Sì. Non c’era nulla di prestabilito, il progetto si è costruito un passo alla volta e, soprattutto, tenendo conto dei suggerimenti che sempre più spesso giungevano. Il blog delle ricette, per esempio, nacque su invito di una lettrice che da parte sua si dilettava in cucina: offrì, in un certo senso, l’esclusiva sui suoi piatti. Ai suoi interventi “ai fornelli” si affiancarono presto quelli di tanti altri lettori. Man mano che il gruppo di amici e collaboratori si espanse, fu naturale anche includere vere e proprie testimonianze: lo trovai un modo per dar “concretezza” a valori che ai più risultavano astratti e lontani. Ricordo poi con grande piacere l’intervista al recentemente scomparso Pino Caruso, che è ancora oggi su YouTube e che consiglio di rivedere: uomo d’altri tempi, seppe raccontare la sua storia di vegetariano con stile e simpatia.

Testimonianze e interviste che segnarono, in qualche modo, il passaggio da “risorsa informativa” a progetto di vera e propria sensibilizzazione. Pochi mesi dopo l’apertura del sito, si tenne infatti la prima edizione palermitana della Settimana Vegetariana Mondiale…

Sì. L’iniziativa si inseriva in una collana di appuntamenti che coinvolgeva varie città del mondo, e anche questa nacque quasi per caso, da uno dei tanti suggerimenti ricevuti. La prima edizione fu decisamente naif, per via dell’inesperienza; devo dire invece che nei due anni successivi fu fatto un buon lavoro, forse anche ottimo: invitammo medici, biologi, veterinari, agronomi, a relazionare sul tema. Era importante che, al di là delle motivazioni etiche che per noi rimanevano le più “forti”, al grande pubblico fosse l’autorevolezza della scienza a parlare. Fui particolarmente soddisfatto della terza edizione, quella del 2012, che in qualche modo riuscì ad integrare la tematica della scelta vegetariana nell’orizzonte più ampio di una consapevolezza etica ed ecologica. In questo mi sento di ringraziare con affetto Lucia Russo, che già da qualche tempo era mia “socia” nel progetto e che, per la buona riuscita dell’evento, si spese davvero senza risparmiarsi.

Nulla però dura per sempre, così nel 2013 lei abbandonò il progetto. Posso chiederle perché?

I motivi sono vari e diversi. Da un canto mi rendevo conto, in qualche modo, di aver detto tutto ciò che avevo da dire. Per qualche tempo pensai ad una nuova edizione della Settimana Vegetariana, ma non riuscii ad immaginare nuovi contenuti che potessero stratificarsi su quanto già proposto. Forse ero io, ormai, ad essere di troppo. Inoltre, proprio in quel periodo, il tema della scelta vegetariana – direi, per fortuna – iniziava ad avere un certo richiamo mediatico. Nel giro di pochi mesi nacquero sui media e sul web tante nuove risorse, con apparati tecnici e redazionali di livello professionale. La cognizione della gente sul tema cresceva. Probabilmente a quel punto anche il nostro progetto avrebbe dovuto professionalizzarsi, pur rimanendo nel solco del no-profit. “La Palermo Vegetariana” aveva “fatto il suo lavoro” in tempi, per così dire, di inconsapevolezza, ma i tempi stessi stavano cambiando. Rinunciare ad inquadrare il tema della scelta vegetariana nella prospettiva più ampia degli stili di vita etici rischiava di esporci ad accuse, forse neppure troppo infondate, di “fondamentalismo”. Per un po’ si parlò di fondare un’associazione, di trasformare il sito in un vero e proprio portale ad argomento più ampiamente ecologico. Ma per tutto questo serviva un investimento di risorse che nessuno di noi sentì di poter immettere. Infine, col senno di poi, non posso negare, a livello personale, una nota di amarezza e di delusione…

A cosa si riferisce?

La gioventù gioca brutti scherzi, ed uno di questi è l’illusione che con le parole giuste sia possibile davvero incidere sulla mente e sul cuore della gente. Ho creduto molto nei valori di cui mi facevo portavoce, ma mi rimane un ragionevole dubbio sul reale impatto morale, di consapevolezza, su chi è stato a leggere, ad ascoltare. C’è un episodio che mi è rimasto impresso più di altri, e forse non è un caso.

Me lo racconti.

Un talk della Settimana Vegetariana, credo dell’ultima edizione da me curata: si parlò a lungo di valori, di etica, di empatia per gli animali. Mi trovai a pensare, osservando il pubblico “Chissà cosa abbiamo seminato nel cuore di queste persone”. Beh, al termine dell’evento venne offerto un buffet vegetariano. Tutti si alzarono di scatto e corsero verso il tavolo, sgomitando per raccattare il piatto. Ricordo in particolare un signore di mezz’età che, non volendo entrare nella calca, mi allungò una banconota chiedendomi, col gesto dell'”occhiolino”, di farlo passare. Ripeto, non credo sia un caso che quest’episodio, che lì per lì dimenticai, oggi mi torna in mente più vivido di altri.

Ha un giudizio su chi ha portato avanti il progetto dopo il suo abbandono? “La Palermo Vegetariana” esiste ancora, ma non ha più un sito, riducendosi alla sola pagina Facebook.

No, non ho un giudizio in materia. Non mi sono più interessato della cosa, considerandolo un capitolo chiuso della mia vita. Sicuramente, però, reputo sia stato un errore non mantenere anche il sito web. Per modesto che potesse essere, meritava di proseguire il suo percorso, anche solo per le tante risorse che conteneva. Le piccole guide, le esperienze raccontate, le tante ricette avrebbero potuto rimanere a disposizione dei lettori, anche semplicemente come testimonianza di un impegno, mio e di altri, per una causa in cui credevamo; potendo fruire tra l’altro di un’attenzione diversa da quella che si lega alla comunicazione sui social network. La mia impressione è che, chiuso il sito, si sia diratata anche la rete degli scambi e delle collaborazioni.

Ultima domanda: ha rimpianti?

No.

11/11

Non è che creda alla numerologia, ma il numero 11 è stato sempre particolare per me, soprattutto come marcatore di tempo. Sono nato un giorno 11 e il mio onomastico è un giorno 11, ma questo sarebbe davvero il meno. Tanti episodi importanti della mia vita sono avvenuti proprio il giorno 11 di qualche mese.

Così non mi sono stupito più di tanto quando ho saputo che quella casa che ho a lungo voluto, a lungo sognato, sarebbe stata mia proprio il giorno 11 di un mese 11. E, a dirla tutta, orologio del notaio alla mano, ad un’ora che si approssimava alle 11. Ho accolto la cosa come straordinaria e naturale a un tempo.

Oggi, per la prima volta, sono entrato da proprietario. Ed oggi, per un attimo, l’ho vista.

No, non l’ho vista com’è adesso. L’ho vista come potrà essere, come forse sarà, quando inizierò ad abitarla, a viverla, a farla mia. Quando, da vuoto contenitore, inizierà a riempirsi di tutte le cose che mi appartengono. Succederà a poco a poco, e proprio per questo sarà entusiasmante.

Finora l’ho desiderata, l’ho guardata da lontano perfino quando venivo a visitarla. Oggi forse, dico forse, ho iniziato ad amarla.

Lorenzo e il basket

Per Lorenzo il basket è diventato una ragione di vita. Gli piace l’idea che il tempo scorra all’indietro, che ognuno delle centinaia di tiri possa alla fine risultare decisivo, che tutto, a un secondo dallo scadere dei quaranta minuti, possa cambiare. Come nella vita. Un gesto, un’idea, un errore, un’imprudenza possono sollevare o travolgere. Gli piace che sia un luogo di fantasia e organizzazione, che si possa volare e restare in aria prima di depositare la palla nella rete del canestro. Gli piace che siano decisivi i numeri, le percentuali, le statistiche. Si entusiasma a questo impasto di poesia e razionalità, di estro e contabilità, di schemi alla lavagna e di genialità pura. Gli piace il caos di un’azione che si ricompone nell’atto finale. In fondo qualcosa che assomiglia alla struttura di tanti romanzi di Calvino, dice lui.

Da “LA scoperta dell’alba” di walter veltroni (2006)

Immagine tratta da un dipinto di Luigi Russolo.

L.

Ho saputo di recente che L. non c’è più.

Per un certo periodo è stata la mia insegnante di meditazione. Piccola di statura, parlava parole minime, che però – una ad una – si incastonavano nel diamante di un discorso meticoloso, levigato e congruente. E fiducioso, eternamente fiducioso, nell’uomo e nel valore dell’impegno in ogni cosa che si fa.

Una volta, se ricordo bene, mi raccontò che era stata tra le prime donne, in Sicilia, a laurearsi in Ingegneria. Allora mi divertii a immaginarla nel suo lavoro («È attraverso il lavoro che si restituisce alla collettività ciò che si ha ricevuto»), a progettare, costruire. Entusiasta, lenta e precisa, in tempi che accoglievano la lentezza come virtù.

Raramente mancavo alle sue lezioni, al punto che, qualche volta, siamo stati soltanto io e lei. Ricorderò sempre quei momenti: quella grande sala era lì solo per noi e ogni cosa sembrava importante. Era il momento giusto per essere presente a me stesso.

Era da molto che non la sentivo. Mi sono detto tante volte: «Adesso la chiamo». Ma per dirle cosa? Parole di pura circostanza?

E poi, penso che, pur nella sua composta umiltà, avesse nozione della mia grande riconoscenza.

Mark Waid su Fantastic Four: il male come violazione del sacro

Non manca molto al nuovo trattamento cinematografico dei Fantastici Quattro e, di conseguenza, anche il Dottor Destino troverà nuova vita sul grande schermo; stavolta, si spera, in una foggia che renda giustizia al personaggio creato da Stan Lee e Jack Kirby.

Uno spunto, secondo me, potrebbe venire dal passato recente, precisamente dai primi anni duemila e dall’apprezzata gestione di Fantastic Four Mark Waid e Mike Wieringo.

In una fase storica in cui realismo e attualità – in vari gradi – entravano di prepotenza nell’intreccio narrativo dell’universo Marvel, la prosa scanzonata di Mark Waid e il tratto cartoonesco di Mike Wieringo sembravano voler riportare all’ingenuità e alla leggerezza dei primi anni ’60. Perché, se è vero che i Fantastici Quattro aprirono la strada al novero dei “supereroi con superproblemi”, al contempo ne costituirono l’angolo più solare, ottimista, votato al fantastico.

Eppure, a pochi numeri dall’avvio, qualcosa accade. Il numero 67 (“Under her skin”, giugno 2003) ha come unico protagonista Destino. Il tono della narrazione, per una volta, si fa composto, interlocutorio: segue il personaggio nella ricerca di qualcosa, forse di una redenzione.

Senza violare troppo lo spoiler, dirò che quando lessi le ultime pagine del numero, rimasi senza parole.

Negli anni ho visto Destino torturare, uccidere, perfino tentare di conquistare il mondo, senza che questo mi distogliesse dalla consapevolezza di star leggendo un fumetto. Stavolta no. Stavolta Destino compie il male come superamento del confine delimitato dal sacro.

E per la prima volta cambia. Assume nuova pelle. Diremmo per sempre, se le politiche del comic book seriale non riportassero, periodicamente, al ripristino dello status quo. Ma per quel breve istante Mark Waid ci regala una figura vertiginosa, imperscrutabile. Eppure intimamente umana.

E per questo, reale.

Fantastic Four (vol. 3) #67 è stato pubblicato in Italia su Fantastici Quattro 231, Panini Comics.

E naturalmente, Panama

“Panama geometrico anni ’70”: si chiamava così – lettera più, lettera meno – il tessuto che ordinai per farne una tenda. Fu forse l’ultima stoccata del mio pallino per il vintage; o forse erano quelle forme, che mi ricordavano il traboccare di uno squillo nello spazio e che ai miei occhi promettevano suggestioni patinate e sensuali.

Stasera sono tornato brevemente al mio appartamento. Lo sarà ancora per poco, perché sto per trasferirmi in una dimora più grande. E soprattutto mia.

Ho fatto un po’ di inventario prima del trasloco e in pochi attimi l’ordine della stanza si è squarciato. Mi ha fatto male, perché sapevo che quel disordine non si sarebbe più ricomposto. Sarebbe rimasto lì fino alla fine, per poi portare via tutto.

Ho amato, ho amato molto questa piccola, accogliente stanza. E’ stata tante cose. Trafelato e sofferto approdo. Poi luogo di dolore, quando fu il momento di soffire. Poi, più tardi ancora, complice culla per giorni stanchi e felici. Solida scrivania, per tanti e tanti fine settimana di incessante lavoro.

«E’ una stanza piccola, ma ogni cosa che c’è qui ha una storia»: con queste parole, una sera, mi divertii a raccontare ai miei ospiti da dove venisse quel quadro alla parete o perché quel particolare libro significasse tanto per me. Entrare a casa mia, in quel periodo, era un privilegio concesso a pochi: purtroppo chi ne fu destinatario non seppe far tesoro dell’affetto ricevuto. Ma non me ne sono mai pentito.

C’è una cosa che mi mancherà più di tutto. Quelle serate leggere e languide come la vaporwave che mi sorrideva e che per la prima volta scoprivo. Veniva da lontano, e univa vecchio e nuovo.

E naturalmente, Panama.

Lost in translation

Spoiler warning, ma neanche tanto.

Nel film “Joker”, c’è un certo punto in cui il protagonista apre un diario con scritto “Spero che la mia morte abbia più senso della mia vita”. La frase, manoscritta, appare a video in lingua italiana, com’è ormai consuetudine.

La resa nella nostra lingua cela un intraducibile gioco di parole: l’originale recita infatti “I hope my death makes more CENTS than my life”. Si gioca sull’assonanza fra “cents” e “sense“, ed è un dettaglio tutt’altro che trascurabile rispetto alla costruzione di senso che animerà la tragica parabola di Arthur Fleck.

Personalmente avrei fatto di tutto per mantenere anche lontanamente l’allusione. Per esempio, traducendo più liberamente con qualcosa come: “La mia vita non vale un SOLDO, spero che la mia morte invece sì.”

Il silenzio, in effetti

Non sono un teologo. Lui mi ha parlato molto di te e ho capito che avete lo stesso tipo di problema. Il problema è il silenzio. Ma, quale silenzio? Ci sono quattro tipi di silenzio: silenzio letterale, allegorico, morale, divino. E mettere insieme questi quattro tipi di silenzio è molto difficile, quasi impossibile. E’ un goal. Ma dopo c’è l’armonia, capisci? […]

Siamo cattolici, religione sportiva… ma non buoni contro cattivi… buoni contro buoni. Questi buoni fanno goal. Ogni goal è un silenzio.

Cosa vuol dire essere comunisti? Un sentimento. Un sentimento di totalità. Ma cosa è questa totalità? È un campo, un campo da gioco, una piscina. Intorno sono gli angeli, il pubblico. Il pubblico ti guarda, urla, ti vede… tu invece… silenzio. Goal!

Da “Palombella Rossa” di nanni moretti (1989)

© 2020 Fabio Vento

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