Coni gelato e un po’ di miopia

C’è una nota gelateria di Palermo che, anni fa, segnò una piccola rivoluzione. Ricordo ancora, nelle settimane precedenti l’apertura, l’aggressiva campagna pubblicitaria intorno al tondeggiante logo: forse per la prima volta in città, una gelateria era anche un brand.

E l’investimento, probabilmente, pagò. Oggi, però, di quell’immaginario che dispiegava primizie della natura, antiche ricette, artigiani dal tocco gentile, resta ben poco. Oggi il negozio fa parte – senza pretese, in modo perfino un po’ opaco – del tessuto del centro storico; e, in quanto a manutenzione, pare decisamente lasciato a sè. I banconisti cambiano di continuo (sulla loro posizione contrattuale sarebbe interessante indagare) e, quel che è peggio, ti accorgi che vorrebbero essere ovunque tranne che lì.

Forse qualcosa è andato storto. O forse semplicemente si è ritenuto che, fidelizzata una clientela, non valesse la pena investire un altro centesimo. Se è così, potrei dire che sia, per la città di Palermo, un caso emblematico.

Prima (umile) considerazione. Il brand, se di questo si vuole parlare, non lo fanno solo i segni e le parole. Lo fa anche l’esperienza complessiva del luogo. Il mood, se vogliamo seguitare nell’uso degli anglicismi tanto cari agli esperti di marketing.

Seconda (altrettanto umile) considerazione, collegata alla prima. Chi fatica a considerare i propri dipendenti persone, vedendo in essi soltanto delle risorse, trascura un dettaglio che è all’indice degli stessi manuali di marketing. La capacità – ormai apparentemente dimenticata dal settore del commercio – di saper accogliere il cliente. Di seminare, in qualche modo, un ricordo piacevole che si stagli sull’indifferenza di chi, consumando, passa subito oltre.

E quale dipendente, quale commesso, quale banconista può essere più propenso ad un atteggiamento empatico, se non uno che si veda anzitutto rispettato nella propria dignità di lavoratore?

Haircut

Probabilmente esistono diversi modi per affrontare il disagio legato ad una crisi. Ciò che ho imparato a fare è “saltare oltre”, consegnandomi immediatamente a qualche nuova sfida da affrontare.

Saltare, sì. Perché accanto al metodo, ad ogni pianificazione, c’è sempre un irriducibile atto di fede. Che per un istante annulla la distanza tra pensiero e azione.

“Tagliami tutti i capelli” ho fatto ieri al barbiere. Non era mai successo prima, non avevo idea del risultato, ma sentivo di volerlo fare. E mentre i capelli cadevano a terra, una ciocca per volta, ho provato un misto di felicità e dolore.

Lasciavo qualcosa di me, è vero. Ma al contempo sapevo di accogliere un altro in me. Accettando, di questo come di ogni cambiamento, il trauma.

Fabio Di Franco, matematico

Pochi giorni fa è venuto a mancare uno dei miei vecchi professori universitari: Fabio Di Franco, matematico e gentiluomo.

Mi sono chiesto cosa potessi dire di lui. Poi però mi è tornato in mente un passo di un libro che ho amato:

Per Lorenzo il basket è diventato una ragione di vita. Gli piace l’idea che il tempo scorra all’indietro, che ognuno delle centinaia di tiri possa alla fine risultare decisivo, che tutto, a un secondo dallo scadere dei quaranta minuti, possa cambiare. Come nella vita. Un gesto, un’idea, un errore, un’imprudenza possono sollevare o travolgere. Gli piace che sia un luogo di fantasia e organizzazione, che si possa volare e restare in aria prima di depositare la palla nella rete del canestro. Gli piace che siano decisivi i numeri, le percentuali, le statistiche. Si entusiasma a questo impasto di poesia e razionalità, di estro e contabilità, di schemi alla lavagna e di genialità pura. Gli piace il caos di un’azione che si ricompone nell’atto finale. In fondo qualcosa che assomiglia alla struttura di tanti romanzi di Calvino, dice lui.

Da “la scoperta dell’alba”, di walter veltroni, 2006

Il Batman di Adam West: l’omaggio ai comics come “frame” narrativo

Credo che una delle caratteristiche più deliziose della serie TV di Batman degli anni ’60 sia il modo in cui “rende omaggio” al fumetto a cui si ispira. E non mi riferisco tanto agli aspetti più “espressionistici” come, ad esempio, le onomatopee nelle scene di combattimento, i colori vivaci, le caratterizzazioni estreme e talvolta volutamente pulp dei personaggi.

C’è un aspetto più sottile, e riguarda la logica interna dell’universo raffigurato, che, nel suo essere orgogliosamente “altra” dalla quella corrente, si chiude felicemente dentro un frame. Non diverso, in fondo, dai confini delle vignette che nei comics delimitano il mondo raccontato come “altro” dal nostro.

Questo scarto è particolarmente evidente nelle soluzioni che il Dinamico Duo offre agli indovinelli di Riddler. Ecco un esempio, che solo nella versione originale rende la sottigliezza – anzi, la tenuità – dei sillogismi all’opera:

E ancora:

Anche il “remake” in forma animata del 2016, Return of the Caped Crusaders, rende a più riprese omaggio a questo tratto distintivo della serie:

Una logica fallace nel nostro mondo, eppure dotata di dignità nel proprio universo di riferimento: ecco che, ancor prima che col fantastico, Batman confina con il surreale, in una prova magistrale di umorismo “secco” o più precisamente deadpan, quello caratterizzato dall’assoluta serietà del personaggio che pronuncia la battuta.

Si potrebbe dire allora che, nel rapporto con i comics, la serie TV di Batman lavori in verso opposto all’opera di Roy Lichtenstein. Che proprio in quegli anni portava all’attenzione del grande pubblico i personaggi dei fumetti:

Laddove Lichtenstein aboliva le pareti delle vignette per astrarre il personaggio dall’intreccio e “portarlo” nel nostro mondo, Batman fa proprio il contrario: ci osserva – ancora oggi – dalla sua piccola isola felice.

“Star Trek: Picard”: una dichiarazione d’intenti

Attenzione: il testo accenna ad alcuni elementi della trama.

Ho inizato da pochissimo a seguire su Prime Video Star Trek: Picard, ennesimo capitolo della saga fantascientifica ideata da Gene Roddenberry e figlio “spurio” di quella Star Trek: The Next Generation che, a distanza di oltre 25 anni dalla fine, è ancora nel cuore di tanti appassionati. L’ho fatto con consapevole “ritardo” – la serie è partita già da un paio di mesi – nel tentativo di schivare quella propensione all’apologia senza se e senza ma che scaturisce quando si ha, tutto e subito, quel che si è tanto atteso.

E nel primo episodio, già dalle prime battute, mi è sembrato di scorgere qualcosa di fondamentale. Una sorta di manifesto programmatico, celato in chiave metanarrativa. E’ qualcosa che mi fa ben sperare, pur essendo io consapevole che le puntate successive potranno confermare come anche sfatare le mie attese.

La serie si apre con una scena in qualche modo familiare: Picard è a un tavolo da poker con il comandante Data, apparentemente redivivo. L’androide chiama due carte, e il suo volto pare imperturbabile. Finché Picard, accennando un sorriso compiaciuto, fa: «Il tuo viso ti tradisce.» «Non è possibile, signore.» replica prontamente l’androide.

«Ho notato – rintuzza l’altro – che a volte dilati la tua pupilla sinistra… ostentatamente, se mi permetti, nel tentativo di farmi credere che il tuo viso ti stia tradendo. Ma questo astuto trucchetto non funziona con me. Quando hai uno sguardo neutrale, è quello il momento in cui bluffi.»

Quando ho sentito queste parole, per un attimo sono rimasto interdetto. Ho fermato allora la riproduzione e sono tornato indietro di pochi fotogrammi. E sì, è vero: per un attimo, prese in mano le carte, la pupilla di Data si è leggermente ingrandita.

Una decina di minuti dopo, in un’altra scena, vediamo Picard rilasciare un’intervista in diretta. Apprendiamo che tanti anni prima, quando una supernova minacciò di distruggere il pianeta Romulus, fu lui a proporre alla Federazione di accogliere la loro richiesta d’aiuto, e assunse il controllo di una flotta di salvataggio di ben diecimila unità.

Quell’intervista avrebbe dovuto raccontare l’episodio nell’anno del suo anniversario; ma l’intervistatrice, ben presto, spinge sul conflitto, mettendo il suo interlocutore in visibile imbarazzo. «Così impiegammo le nostre risorse – insinua – per aiutare il più vecchio nemico della Federazione», esprimendo un velato biasimo. La conversazione prosegue e scopriamo che poco dopo accadde un evento tragico e devastante a seguito del quale Picard, con grande dolore, lasciò la Flotta Stellare. La giornalista insiste perché lui commenti il fatto: questi non risponde, fa delle lunghe pause, è sempre più turbato e riluttante.

«Non ha rinunciato al suo incarico – chiede lei in tono a dir poco inquisitivo – in segno di protesta?», e nel suo volerne sapere sempre di più espone alle telecamere il malcelato tormento dell’ex capitano. Finché questi, sopraffatto, abbandona la trasmissione.

Questi due momenti, a mio avviso, valgono metanarrativamente come una sorta di dichiarazione di intenti rispetto al paradigma della fruizione delle serie in streaming (ricordiamo che è la prima serie di Star Trek, se si esclude l’antologica Short Treks, ad essere nata online). Allo spettatore dell’era Netflix, abituato a “consumare” nel mordi-e-fuggi, a nutrirsi voracemente di trame perché gli diano emozioni, a cui seguano altre trame che gli diano altre emozioni, sembra dire: fermati. Osserva. Fai le domande giuste. Stai attento ai particolari. E più di tutto, cerca il sottotesto che sta dietro la trama. Viceversa otterrai ben poco.

Perché questo è stato Star Trek nella sua forma più pura: un prodotto sì di entertainment, ma con una solida, intaccabile base umanistica e speculativa. Denso e pregnante nel rivelare in ogni epoca, a coloro i quali sanno leggere con attenzione, chi siamo e cosa potremmo diventare.

Dedico questo articolo a mio padre, che come me amava il capitano Jean-Luc Picard.

Il Teatro Massimo e quell’infelice hashtag

Immaginate che, in piena emergenza Coronavirus, un’azienda italiana si trovi a non poter erogare per un periodo più o meno lungo i propri servizi, per cui tanti clienti hanno già pagato. Immaginate che, anziché provvedere – magari in modi compatibili con la propria “salute” – allo storno delle somme versate, quest’azienda pubblichi su Facebook un invito: rinunciate tutti al vostro rimborso.

Sarebbe al minimo di cattivo gusto, non è vero?

Ecco: con qualche doverosa distinzione, non è molto diverso da quanto ha scelto di fare l’amministrazione del Teatro Massimo di Palermo.

Andiamo con ordine. Da oltre due settimane, come tutti i teatri di Palermo, anche il Massimo si vede costretto a sospendere sine die la propria programmazione per via della “stretta” governativa sulla crisi COVID-19. Per non abbandonare del tutto i propri spettatori, inizia a proporre sulla propria web tv filmati d’archivio di rappresentazioni tenutesi negli anni scorsi, più alcuni interventi di artisti dai propri salotti.

Molti spettatori, in solidarietà verso la funzione culturale del Teatro, ma a titolo assolutamente personale, decidono di rinunciare al rimborso di abbonamenti e biglietti per spettacoli che non vedranno mai.

Bene. Il Teatro avrebbe potuto a questo punto far una cosa semplice e intelligente: limitarsi a ringraziare chi ha fatto questa scelta, segnalando tra le righe e velatamente che esiste anche questa opzione.

Invece no: chiede ad alcuni dei “rinunciatari” di registrare dei filmati, ne fa un video, e lo posta sulla propria pagina Facebook, con tanto di hashtag #iorinuncioalrimborso. Facendo propria un’iniziativa personale e di fatto invitando altri – direi nient’affatto tra le righe – a fare la stessa cosa.

Una caduta di stile, a mio avviso, imbarazzante.

Disclaimer: non sono abbonato al Teatro Massimo né ho acquistato biglietti passibili di rimborso.

Il Coronavirus e quell’inquietante ritorno a Leibniz

Disegno di Milo Manara (particolare)

Esiste in matematica una quantità “infinitesima”?

La risposta è per lo meno controversa. Fu Gottfried Leibniz, alla fine del diciassettesimo secolo, a rivendicare per primo la plausibilità nei modelli matematici di entità più piccole di qualsiasi numero reale positivo. Una proposta ambiziosa, eppure in qualche modo “scomoda”, perché nascondeva una serie di contraddizioni logiche che collidevano con il rigore proprio della scienza esatta. Erano, questi infinitesimi, uguali o diversi da zero?

Difficili da maneggiare, fin troppo evanescenti. Meglio postulare che non esistessero affatto. Così nel diciannovesimo secolo, con un colpo di spugna, l’analisi matematica venne rifondata dalle basi: quell’infinitesimo che voleva essere attuale divenne un’entità potenziale. E si iniziò a parlare di “tendere a”, come ben sanno gli studenti delle facoltà scientifiche alle prese con gli ermetici concetti di limite e derivata. Finché negli anni ’60 del Novecento Abraham Robinson non recuperò l’originaria impostazione di Leibiniz, sfrangiandola delle proprie contraddizioni. E l’infinitesimo divenne, a tutti gli effetti, un’entità reale. Rovesciando una nota espressione, si potrebbe dire che uscì dalla finestra per rientrare dalla porta.

Lo sconvolgimento delle nostre vite, portato dall’attuale pandemia di COVID-19, trascina secondo me, serpeggiante, un “recupero” ontologico che ha tanti punti in comune con quanto appena raccontato.

Virus, batteri, germi sono entità talmente piccole da essere invisibili ai nostri occhi. Ma sono – e sono sempre stati – intorno a noi. Perfino dentro di noi, nella misura in cui, ad esempio, la nostra flora batterica contribuisce ai processi digestivi e fisiologici. Talvolta sono pericolosi, perfino letali. Eppure, fino ad oggi, la nostra rappresentazione del quotidiano ha scelto – nell’innata tendenza a schivare ciò che fa problema – la strada del nichilismo. Non li vediamo, quindi è come se non esistessero tout court.

L’attuale crisi, volenti o nolenti, ha spalancato alla nostra attenzione l’evidenza del contrario: non soltanto il germe esiste, ma, proprio per le sue ridotte dimensioni, può essere virtualmente ovunque. In barba ai nostri occhi. Mai come adesso – se ci si pensa – un’entità microscopica come un virus è diventata tangibile, reale, pervasiva. E’ un’immagine che destabilizza il nostro universo di senso e che può anche indurre, quando dal nichilismo si passi all’estremo opposto, a terrore e senso di impotenza.

Come sempre, la giusta misura è nel mezzo. E non c’è momento migliore di adesso per riconsiderare, da esseri umani, il nostro posto nell’ecosistema biologico; e al contempo per comprendere quanto sia importante, nella lotta all’attuale pandemia, l’impegno di ciascuno. Meglio se informato su solide basi mediche e scientifiche.

“Picciridda”: un dolore che è di tutti

Nel Ramayana la separazione fisica di Sita e Rama è una metafora della separazione tra soggetto e oggetto ovvero tra amante e amato. Perché, in un certo senso, il desiderio non sa assolutamente come essere appagato. Cerca l’unione, il possesso o il completo soddisfacimento ma non li ottiene mai del tutto. Il personaggio di Hanuman mostra la soluzione a questo problema. Hanuman, costruendo un ponte per raggiungere Lanka, con l’aiuto di un esercito di animali reclutati per ricongiungere gli amanti divisi, dimostra che è possibile spezzare la tendenza a oggettificare il sé e l’amato. Infatti, Hanuman e i suoi aiutanti operano alla stregua di un oggetto transizionale di un bimbo piccolo. Per esempio, quando un bambino gioca di fantasia con il suo peluche preferito, la sua vita interiore si approfondisce. La funzione «transizionale» di questo gioco consiste nell’aiutare il bimbo a sopportare una separazione che altrimenti percepirebbe come schiacciante. Nell’aiutare Sita e Rama a ricongiungersi, Hanuman mostra agli amanti che la possibilità di approfondire la loro intimità dipende da come considerano lo spazio che li separa.

mARK ePSTEIN, “Buddha, Freud e il desiderio”, 2012 (rid.)

Attenzione: il testo rivela un elemento della trama.

C’è un passaggio, nel recentissimo film “Picciridda – Con i piedi nella sabbia”, tratto dall’omonimo romanzo di Catena Fiorello, che passa quasi inosservato. Ma che in pochi istanti, con delicata poesia, sintetizza una condizione umana e universale.

“Picciridda” è insieme alla sua amica del cuore, Rita. Sedute sul letto una accanto all’altra, stanno ripassando degli esercizi di ginnastica, muovendosi quasi all’unisono. Ad un certo punto, la protagonista annuncia che presto lascerà Favignana (l’isola, non a caso, non è mai citata per nome, ma è riconoscibilissima). I suoi genitori, emigrati nel Nord Italia in cerca di lavoro, possono finalmente mantenerla.

La sua amica, che in più di una scena si intuisce provare qualcosa per lei, non dice una sola parola. Gli occhi socchiusi, riprende da sola il suo esercizio, piegandosi su sè stessa. «Dai, vieni, usciamo» le fa Picciridda, d’istinto, come a volerle riconfermare il suo affetto. «No, prima voglio finire i miei esercizi» replica Rita con decisione.

L’intera scena dura una manciata di secondi; ma abbastanza perché ciascuno, per un attimo, possa scorgere quel particolare momento della propria vita. Quando ci serriamo forti in noi stessi: per osservarci, per chiederci se da soli ce la faremo. Per risponderci – tra fiducia e amara delusione – che si è sempre qualcosa in più del proprio desiderare. E che, dopotutto, vivere senza l’oggetto del proprio amore è possibile.

Arthur Bolivar e altre storie

È appena uscita, per PlaceBook Publishing, “Arthur Bolivar e altre storie”, la nuova raccolta di racconti della mia amica Chiara Taormina. È un’edizione ampliata, con nuove storie, de “Le rose del silenzio”, che ho avuto il piacere di revisionare dal punto di vista editoriale.

Ripropongo, per presentarla, le stesse parole che usai per la prefazione alla prima edizione:

«Quei fiori che per l’inusuale colore tutti guardavano quasi con sospetto, per lui, che era nato sordo e muto, rappresentavano la più preziosa delle gemme: il silenzio».

È proprio il silenzio il luogo ultimo – privato, e insieme universale – dei racconti di Chiara Taormina. Che sia la tenacia paziente con cui Carmelina intesse i suoi splendidi ricami, schivando le ingiurie di chi le dà della strega; o la devozione con cui Ariana contempla, nel verde islamico, l’ultimo dipinto del suo amato. O ancora quel gesto delicato con cui Fiorella, umile serva, toglie una ad una le spine dal bocciolo di rosa violacea per offrirlo al timido giardiniere Arthur.

Come stelle senza nome, che brillano per una notte appena per poi perdersi alla vista, i personaggi di queste novelle vibrano nella memoria del lettore, anche dopo che l’occhio si spinge – un po’ riluttante – oltre la parola “fine“. Non che siano protagonisti di mirabolanti imprese, o vivano trame complesse e articolate: semplicemente, nella propria dimessa umiltà, risplendono di una luce che è infinito ardore di vita. Che è intelligenza nel senso più profondo, quello etimologico: capacità di guardare dentro, di cogliere l’invisibile.

Tante sono le epoche raffigurate, ma la domanda resta una sola: «Chi sono io?». E la risposta, lungi dal pervenire attraverso le parole, è affidata ai segni. Che, come la clessidra di sabbia gialla donata dal profeta tra le sabbie del deserto, o la ciocca di capelli rossi fra le mani di Dorian, risalgono agli archetipi dell’umano, rinsaldano le vie interrotte dell’armonia profonda fra Uomo e Natura. Proprio come in un’altra grande narratrice, Karen Blixen. A cui l’autrice – neppure troppo velatamente – rivolge un affettuoso tributo.

I bambini di Amazon

Ho seguito con grande interesse questa intervista – di pochi mesi fa – di Nichi Vendola a Piazzapulita (La7).

Senza che questo sgombri il campo da ragionevoli perplessità, mi ha colpito il fatto che perfino una coscienza apertamente libertaria come quella di Vendola si sia resa conto del rischio di una possibile deriva mercantile nella cosiddetta “gestazione per altri”. La scelta – sua e del suo compagno – di costruire un rapporto di affetto, continuativo, con la donna che ha messo al mondo il loro bambino testimonia la consapevolezza che il dato naturale delle origini di ciascun individuo fa parte della sua storia personale e non è riducibile a mero processo fisico o equiparabile a merce disponibile sul mercato.

Il dibattito, è chiaro, non termina qui. Interrogarsi sulla mercificazione della vita unicamente a partire dal desiderio di genitorialità delle coppie omosessuali equivale però – a mio avviso – a guardare davvero alla punta dell’iceberg; peraltro a tutto svantaggio di una categoria di individui che tuttora fatica ad ottenere adeguati riconoscimenti giudirici.

Parliamo delle famiglie cosiddette “tradizionali”. In quanti casi la decisione di mettere al mondo un bambino scaturisce da nulla più che un desiderio egoistico, sia esso meramente narcisistico o, al contrario, legato a filo doppio a quel vissuto sociale – ancora oggi persistente in larghi strati della popolazione – che identifica la realizzazione della donna esclusivamente nel ruolo di madre?

Io non sono genitore. Ma se un giorno pensassi di diventarlo, mi porrei anzitutto due domande. La prima: mi reputo in grado di essere tale? Dunque, di poter garantire presenza e capacità nella difficile impresa dell’educazione e della formazione di un figlio? La seconda: reputo di essere, e di continuare ad essere per tanti anni, in grado di sostenere economicamente le necessità di mio figlio, finché questi non potrà rendersi indipendente?

Credo che in pochi si pongano realmente simili quesiti. Il nostro paese, purtroppo, trabocca di genitori che non sanno essere genitori, o che diventano tali senza poter assicurare all’infanzia del bambino la necessaria tranquillità materiale.

«Saremo sempre precari – dicono in tanti, e non a torto – e allora tanto vale farlo il bambino», quasi come lancia di speranza scagliata, à la Don Chisciotte, contro un male intangibile. Dimenticando che chi ne farà le spese sarà proprio lui, che da soggetto di diritto, da invididuo che ha valore in sè, diventa – questa volta sì – poco più che un oggetto, uno “strumento per dimostrare che”.

Chiudo con un breve ricordo di ormai tanti anni fa. Un’azienda con cui collaboravo durante la mia “gavetta” lavorativa aveva in gestione la pagina Facebook di un’impresa che vendeva prodotti per neonati. Al fine di creare engagement sulla pagina, per più anni consecutivi organizzò un contest online: “Posta la foto del tuo bambino”. Quella che avrebbe ricevuto più likes avrebbe vinto un premio. Decine di madri diedero in pasto ad una pagina pubblica le foto dei propri figli, e molte di esse non esitarono a ricorrere a mezzi scorretti come gruppi di “scambio likes”. Alla fine di ogni contest, peraltro, non mancarono mai gli scontri verbali su chi “ne aveva di più”.

Non fu, questa, la più squallida delle mercificazioni?

© 2020 Fabio Vento

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