“Panama geometrico anni ’70”: si chiamava così – lettera più, lettera meno – il tessuto che ordinai per farne una tenda. Fu forse l’ultima stoccata del mio pallino per il vintage; o forse erano quelle forme, che mi ricordavano il traboccare di uno squillo nello spazio e che ai miei occhi promettevano suggestioni patinate e sensuali.

Stasera sono tornato brevemente al mio appartamento. Lo sarà ancora per poco, perché sto per trasferirmi in una dimora più grande. E soprattutto mia.

Ho fatto un po’ di inventario prima del trasloco e in pochi attimi l’ordine della stanza si è squarciato. Mi ha fatto male, perché sapevo che quel disordine non si sarebbe più ricomposto. Sarebbe rimasto lì fino alla fine, per poi portare via tutto.

Ho amato, ho amato molto questa piccola, accogliente stanza. E’ stata tante cose. Trafelato e sofferto approdo. Poi luogo di dolore, quando fu il momento di soffire. Poi, più tardi ancora, complice culla per giorni stanchi e felici. Solida scrivania, per tanti e tanti fine settimana di incessante lavoro.

«È una stanza piccola, ma ogni cosa che c’è qui ha una storia»: con queste parole, una sera, mi divertii a raccontare ai miei ospiti da dove venisse quel quadro alla parete o perché quel particolare libro significasse tanto per me. Entrare a casa mia, in quel periodo, era un privilegio concesso a pochi: purtroppo chi ne fu destinatario non seppe far tesoro dell’affetto ricevuto. Ma non me ne sono mai pentito.

C’è una cosa che mi mancherà più di tutto. Quelle serate leggere e languide come la vaporwave che mi sorrideva e che per la prima volta scoprivo. Veniva da lontano, e univa vecchio e nuovo.

E naturalmente, Panama.