È appena uscita, per PlaceBook Publishing, “Arthur Bolivar e altre storie”, la nuova raccolta di racconti della mia amica Chiara Taormina. È un’edizione ampliata, con nuove storie, de “Le rose del silenzio”, che ho avuto il piacere di revisionare dal punto di vista editoriale.

Ripropongo, per presentarla, le stesse parole che usai per la prefazione alla prima edizione:

«Quei fiori che per l’inusuale colore tutti guardavano quasi con sospetto, per lui, che era nato sordo e muto, rappresentavano la più preziosa delle gemme: il silenzio».

È proprio il silenzio il luogo ultimo – privato, e insieme universale – dei racconti di Chiara Taormina. Che sia la tenacia paziente con cui Carmelina intesse i suoi splendidi ricami, schivando le ingiurie di chi le dà della strega; o la devozione con cui Ariana contempla, nel verde islamico, l’ultimo dipinto del suo amato. O ancora quel gesto delicato con cui Fiorella, umile serva, toglie una ad una le spine dal bocciolo di rosa violacea per offrirlo al timido giardiniere Arthur.

Come stelle senza nome, che brillano per una notte appena per poi perdersi alla vista, i personaggi di queste novelle vibrano nella memoria del lettore, anche dopo che l’occhio si spinge – un po’ riluttante – oltre la parola “fine“. Non che siano protagonisti di mirabolanti imprese, o vivano trame complesse e articolate: semplicemente, nella propria dimessa umiltà, risplendono di una luce che è infinito ardore di vita. Che è intelligenza nel senso più profondo, quello etimologico: capacità di guardare dentro, di cogliere l’invisibile.

Tante sono le epoche raffigurate, ma la domanda resta una sola: «Chi sono io?». E la risposta, lungi dal pervenire attraverso le parole, è affidata ai segni. Che, come la clessidra di sabbia gialla donata dal profeta tra le sabbie del deserto, o la ciocca di capelli rossi fra le mani di Dorian, risalgono agli archetipi dell’umano, rinsaldano le vie interrotte dell’armonia profonda fra Uomo e Natura. Proprio come in un’altra grande narratrice, Karen Blixen. A cui l’autrice – neppure troppo velatamente – rivolge un affettuoso tributo.