Nel Ramayana la separazione fisica di Sita e Rama è una metafora della separazione tra soggetto e oggetto ovvero tra amante e amato. Perché, in un certo senso, il desiderio non sa assolutamente come essere appagato. Cerca l’unione, il possesso o il completo soddisfacimento ma non li ottiene mai del tutto. Il personaggio di Hanuman mostra la soluzione a questo problema. Hanuman, costruendo un ponte per raggiungere Lanka, con l’aiuto di un esercito di animali reclutati per ricongiungere gli amanti divisi, dimostra che è possibile spezzare la tendenza a oggettificare il sé e l’amato. Infatti, Hanuman e i suoi aiutanti operano alla stregua di un oggetto transizionale di un bimbo piccolo. Per esempio, quando un bambino gioca di fantasia con il suo peluche preferito, la sua vita interiore si approfondisce. La funzione «transizionale» di questo gioco consiste nell’aiutare il bimbo a sopportare una separazione che altrimenti percepirebbe come schiacciante. Nell’aiutare Sita e Rama a ricongiungersi, Hanuman mostra agli amanti che la possibilità di approfondire la loro intimità dipende da come considerano lo spazio che li separa.

mARK ePSTEIN, “Buddha, Freud e il desiderio”, 2012 (rid.)

Attenzione: il testo rivela un elemento della trama.

C’è un passaggio, nel recentissimo film “Picciridda – Con i piedi nella sabbia”, tratto dall’omonimo romanzo di Catena Fiorello, che passa quasi inosservato. Ma che in pochi istanti, con delicata poesia, sintetizza una condizione umana e universale.

“Picciridda” è insieme alla sua amica del cuore, Rita. Sedute sul letto una accanto all’altra, stanno ripassando degli esercizi di ginnastica, muovendosi quasi all’unisono. Ad un certo punto, la protagonista annuncia che presto lascerà Favignana (l’isola, non a caso, non è mai citata per nome, ma è riconoscibilissima). I suoi genitori, emigrati nel Nord Italia in cerca di lavoro, possono finalmente mantenerla.

La sua amica, che in più di una scena si intuisce provare qualcosa per lei, non dice una sola parola. Gli occhi socchiusi, riprende da sola il suo esercizio, piegandosi su sè stessa. «Dai, vieni, usciamo» le fa Picciridda, d’istinto, come a volerle riconfermare il suo affetto. «No, prima voglio finire i miei esercizi» replica Rita con decisione.

L’intera scena dura una manciata di secondi; ma abbastanza perché ciascuno, per un attimo, possa scorgere quel particolare momento della propria vita. Quando ci serriamo forti in noi stessi: per osservarci, per chiederci se da soli ce la faremo. Per risponderci – tra fiducia e amara delusione – che si è sempre qualcosa in più del proprio desiderare. E che, dopotutto, vivere senza l’oggetto del proprio amore è possibile.