Attenzione: il testo accenna ad alcuni elementi della trama.

Ho inizato da pochissimo a seguire su Prime Video Star Trek: Picard, ennesimo capitolo della saga fantascientifica ideata da Gene Roddenberry e figlio “spurio” di quella Star Trek: The Next Generation che, a distanza di oltre 25 anni dalla fine, è ancora nel cuore di tanti appassionati. L’ho fatto con consapevole “ritardo” – la serie è partita già da un paio di mesi – nel tentativo di schivare quella propensione all’apologia senza se e senza ma che scaturisce quando si ha, tutto e subito, quel che si è tanto atteso.

E nel primo episodio, già dalle prime battute, mi è sembrato di scorgere qualcosa di fondamentale. Una sorta di manifesto programmatico, celato in chiave metanarrativa. E’ qualcosa che mi fa ben sperare, pur essendo io consapevole che le puntate successive potranno confermare come anche sfatare le mie attese.

La serie si apre con una scena in qualche modo familiare: Picard è a un tavolo da poker con il comandante Data, apparentemente redivivo. L’androide chiama due carte, e il suo volto pare imperturbabile. Finché Picard, accennando un sorriso compiaciuto, fa: «Il tuo viso ti tradisce.» «Non è possibile, signore.» replica prontamente l’androide.

«Ho notato – rintuzza l’altro – che a volte dilati la tua pupilla sinistra… ostentatamente, se mi permetti, nel tentativo di farmi credere che il tuo viso ti stia tradendo. Ma questo astuto trucchetto non funziona con me. Quando hai uno sguardo neutrale, è quello il momento in cui bluffi.»

Quando ho sentito queste parole, per un attimo sono rimasto interdetto. Ho fermato allora la riproduzione e sono tornato indietro di pochi fotogrammi. E sì, è vero: per un attimo, prese in mano le carte, la pupilla di Data si è leggermente ingrandita.

Una decina di minuti dopo, in un’altra scena, vediamo Picard rilasciare un’intervista in diretta. Apprendiamo che tanti anni prima, quando una supernova minacciò di distruggere il pianeta Romulus, fu lui a proporre alla Federazione di accogliere la loro richiesta d’aiuto, e assunse il controllo di una flotta di salvataggio di ben diecimila unità.

Quell’intervista avrebbe dovuto raccontare l’episodio nell’anno del suo anniversario; ma l’intervistatrice, ben presto, spinge sul conflitto, mettendo il suo interlocutore in visibile imbarazzo. «Così impiegammo le nostre risorse – insinua – per aiutare il più vecchio nemico della Federazione», esprimendo un velato biasimo. La conversazione prosegue e scopriamo che poco dopo accadde un evento tragico e devastante a seguito del quale Picard, con grande dolore, lasciò la Flotta Stellare. La giornalista insiste perché lui commenti il fatto: questi non risponde, fa delle lunghe pause, è sempre più turbato e riluttante.

«Non ha rinunciato al suo incarico – chiede lei in tono a dir poco inquisitivo – in segno di protesta?», e nel suo volerne sapere sempre di più espone alle telecamere il malcelato tormento dell’ex capitano. Finché questi, sopraffatto, abbandona la trasmissione.

Questi due momenti, a mio avviso, valgono metanarrativamente come una sorta di dichiarazione di intenti rispetto al paradigma della fruizione delle serie in streaming (ricordiamo che è la prima serie di Star Trek, se si esclude l’antologica Short Treks, ad essere nata online). Allo spettatore dell’era Netflix, abituato a “consumare” nel mordi-e-fuggi, a nutrirsi voracemente di trame perché gli diano emozioni, a cui seguano altre trame che gli diano altre emozioni, sembra dire: fermati. Osserva. Fai le domande giuste. Stai attento ai particolari. E più di tutto, cerca il sottotesto che sta dietro la trama. Viceversa otterrai ben poco.

Perché questo è stato Star Trek nella sua forma più pura: un prodotto sì di entertainment, ma con una solida, intaccabile base umanistica e speculativa. Denso e pregnante nel rivelare in ogni epoca, a coloro i quali sanno leggere con attenzione, chi siamo e cosa potremmo diventare.

Dedico questo articolo a mio padre, che come me amava il capitano Jean-Luc Picard.