Credo che una delle caratteristiche più deliziose della serie TV di Batman degli anni ’60 sia il modo in cui “rende omaggio” al fumetto a cui si ispira. E non mi riferisco tanto agli aspetti più “espressionistici” come, ad esempio, le onomatopee nelle scene di combattimento, i colori vivaci, le caratterizzazioni estreme e talvolta volutamente pulp dei personaggi.

C’è un aspetto più sottile, e riguarda la logica interna dell’universo raffigurato, che, nel suo essere orgogliosamente “altra” dalla quella corrente, si chiude felicemente dentro un frame. Non diverso, in fondo, dai confini delle vignette che nei comics delimitano il mondo raccontato come “altro” dal nostro.

Questo scarto è particolarmente evidente nelle soluzioni che il Dinamico Duo offre agli indovinelli di Riddler. Ecco un esempio, che solo nella versione originale rende la sottigliezza – anzi, la tenuità – dei sillogismi all’opera:

E ancora:

Anche il “remake” in forma animata del 2016, Return of the Caped Crusaders, rende a più riprese omaggio a questo tratto distintivo della serie:

Una logica fallace nel nostro mondo, eppure dotata di dignità nel proprio universo di riferimento: ecco che, ancor prima che col fantastico, Batman confina con il surreale, in una prova magistrale di umorismo “secco” o più precisamente deadpan, quello caratterizzato dall’assoluta serietà del personaggio che pronuncia la battuta.

Si potrebbe dire allora che, nel rapporto con i comics, la serie TV di Batman lavori in verso opposto all’opera di Roy Lichtenstein. Che proprio in quegli anni portava all’attenzione del grande pubblico i personaggi dei fumetti:

Laddove Lichtenstein aboliva le pareti delle vignette per astrarre il personaggio dall’intreccio e “portarlo” nel nostro mondo, Batman fa proprio il contrario: ci osserva – ancora oggi – dalla sua piccola isola felice.