Penso che “Joker” di Todd Phillips si sarebbe dovuto chiudere su questa magistrale carrellata all’indietro. Lo penso al punto che la seconda o terza volta che ho rivisto il film al cinema sono uscito dalla sala al termine della scena. Non desideravo altro.

Il pensiero non può che correre a Shining di Stanley Kubrick, che terminava su un lentissimo, vertiginoso zoom in avanti: dove però quello assembrava la complessità del film intorno ad un punto specifico, che ne voleva essere summa e chiave interpretativa, qui si ha il processo inverso: l’attenzione dello spettatore, fino a quel momento ossessivamente concentrata sul protagonista, si dissolve nella molteplicità delle immagini, delle “visioni della realtà”. E’ allora che il discorso del film si fa sociale, ma solo per dichiarare l’impossibilità di “dire” una società, di ordinare le tante voci che la animano.

Come per Arthur Fleck che non riesce a venire a capo dei tanti “sè” che si agitano in lui, tutto ciò che il narratore può fare è mostrarne la natura caotica e irrisolvibile. Che esploderà – pure essa – nelle devastanti scene di anarchia che chiuderanno la pellicola.