IL FATTO

Qualche tempo fa sono andato a cena in un locale di Palermo. Faceva ancora caldo e i tavoli erano nello spiazzo antistante.

Finito di mangiare, ho fatto per andare via, quando ho sentito dei colpi violenti provenire dai piani superiori del palazzo, come se qualcuno avesse preso a pugni il vetro di una finestra. La proprietaria del locale ha urlato: “Ma che è malato, questo qui?”

Dalla finestra – probabilmente era un ufficio – è sbucato fuori un uomo distinto, in camicia e cravatta, che in preda alla collera ha fatto: “Come si permette di dire che sono malato?” Lei: “Se si rompe il vetro i cocci cadranno qui sui tavoli!”.

A questa legittima considerazione lui non ha replicato, e sempre più inviperito ha rintuzzato: “Ma come si permette di dire che sono malato?”

L’IDEA

Quando vedo veemenza accompagnata da boriosa formalità si risveglia, inevitabilmente, il troll che è in me. Mi sono divertito allora ad elaborare dei possibili schemi di risposta, tutti da recitare con espressione impassibile.

SCHEMA 1
D: “Ma come si permette di dire che sono malato?”
R: (agitando un foglio che si ha in mano) “Ho qui la perizia.” (senza specificare altro)

SCHEMA 2
D: “Ma come si permette di dire che sono malato?”
R: “Io… (pausa)… ti perdono!” (cercando di pronunciare l’ultima parola come se fosse soffocata dalla commozione, distogliendo di colpo lo sguardo per il sopravvenuto pudore)

SCHEMA 3
D: “Ma come si permette di dire che sono malato?”
R: (agitando un foglio che si ha in mano) “Ho qui un’autorizzazione rilasciata dal presidente.” (senza aggiungere altro)

SCHEMA 4
D: “Ma come si permette di dire che sono malato?”
R: “Me l’ha detto l’infermiere.” (senza specificare altro)