Non avreste desiderato anche voi, per un attimo, che Wandavision fosse stata davvero una “sit-com perduta” degli anni ’50? Ma è durata poco: è bastato giungere alla fine della prima puntata per renderci conto che eravamo ancora nel Marvel Cinematic Universe e che la sit-com non era altro che una “finzione nella finzione”.

Peccato: perché gli inquietanti glitch che sempre più spesso sono apparsi nel corso degli episodi – gli strani messaggi capitati dalle radio; l’aeroplanino a colori trovato da Wanda nel proprio giardino; o ancora l’apicoltore uscito da un tombino che la protagonista sembra togliere di mezzo “riavviando la pellicola” – avrebbero potuto confezionare un prodotto all’avanguardia.

Con echi di David Lynch – aggiungerei – se si pensa a quanto costui, in Twin Peaks, abbia vestito di horror la commedia. Convinto com’era di trovare in essa tutte le contraddizioni, tutto il rimosso della cultura americana del dopoguerra.

Questa è allora l’occasione ideale per comprendere ambizioni e limiti del Marvel Cinematic Universe di oggi. Pennellato da menti brillanti, al contempo arginato nella propria espansione creativa da quella stessa omogeneità che ne ha decretato il successo. Omogeneità di spazio e tempo, ovvero una comune continuity a cui tutte le opere devono obbedire. E di genere narrativo, che – pur con sottili variazioni – è quello dell’avventura epica, della lotta del Bene contro il Male.

Quando l’acquisizione di 21th Century Fox da parte della Disney era ancora di là da venire, lessi con curiosità un articolo di Jeet Heer su The New Republic che presagiva, nella confluenza dei personaggi Marvel sotto un’unica etichetta, il rischio di un appiattimento in termini di variazione sui generi e intento sperimentativo:

But this deal might be bad even for those, like superhero fans, who are welcoming it. Under the control of Disney, the Marvel Cinematic Universe is a hugely popular but ultimately cookie-cutter franchise, with little tonal diversity from movie to movie. Each movie follows the same mixture of cartoonish fisticuffs leavened with jokes and an epic, universe-threatening CGI ending.

One advantage of having different studios making superhero films is that they bring different sensibilities. 

Il tempo, in qualche modo, gli ha dato ragione. Basti pensare al western di Logan o al dramma psicologico di Joker, rispettivamente della Fox pre-Marvel e di Warner Bros. Proprio perché non concepite come parte di un franchise, queste due opere hanno fruito di una libertà creativa che ha permesso di immergere i caratteri fondamentali dei protagonisti in nuovi contesti e generi narrativi.

Scelte – se vogliamo – coraggiose. Ma premiate, anche queste, da pubblico e critica.