Qualche volta mi capita di trovare il senso complessivo di un’esperienza in una parola che non appartiene alla nostra lingua. Da qualche tempo ho scoperto la musica su vinile e potrei definire con una sola parola ciò che provo: mellow.

Già la resa fonetica esprime un che di pastoso, voluttuoso. Il disco che in modo regolare, quasi ipnotico, gira sotto la puntina evoca ai miei occhi la dolcezza di una crema vellutata e fragrante, pronta a rivelare segreti gelosamente custoditi.

Non ho tantissimi dischi: ho scelto solo quelli che, ancora oggi, mi parlano come fa un vecchio amico che svela una confidenza preziosa. Ecco, questo è il giradischi per me: il luogo e il tempo della musica. Quel luogo e quel tempo in cui lei c’è per me ed io ci sono per lei.

Il che mi fa pensare.

La mia generazione è stata la prima ad accogliere Internet nella propria vita, e proprio per questo sa che fino a pochi anni fa il web non era totalizzante rispetto alla fruizione dei media. Oggi, con le piattaforme di streaming audio e video basta un click per avere tutto e subito, magari mentre si fa altro su mille altre finestre del browser.

Fino a qualche anno fa – quantomeno per una riproduzione di qualità – era ancora necessario un supporto fisico. Musica e cinema avevano ancora una propria forte dimensione materiale, legata più a dispositivi specifici – i riproduttori audio e video – che al personal computer. E come tali chiedevano e ottenevano tempo, spazio, attenzione.

Ecco, potrebbe essere questo un lascito della mia generazione: educare i più giovani alla presenza nella fruizione delle cose. Magari riscoprendo in primo luogo il supporto fisico come testimonianza viva e tangibile del prodotto artistico.