Mio padre amava molto Giuseppe Ungaretti. Alcuni suoi componimenti risuonano ancora dentro di me, quasi venissero ancora dalla sua voce. E disegnano suoni, rumori, immagini.

Come “Natale”, del 1916:

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

“Lasciatemi così come una cosa – posata in un angolo e dimenticata”: questi versi, nudi e scarni, tracciano con limpida drammaticità il desiderio dell’autore: che lo sguardo dell’altro lo lasci, che si sgravi dell’attenzione che ritiene di dovergli offrire. Perché lui, nella solitudine, possa essere libero a sua volta.

Chissà se furono queste parole, almeno in parte, ad ispirare Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP quando nel 1990 scrisse “Annarella”. Un utente di YouTube, Yeoshuha, ha sovrapposto il brano a degli “sguardi in movimento” su opere di Tamara De Lempicka:

“Lasciami qui, lasciami stare, lasciami così”, e ciononostante “non dire una parola che non sia d’amore”. Il desiderio di solitudine, di stare con sè e “in sè”, qui non rifugge lo sguardo dell’altro, anzi quasi lo domanda. Purché sia di pietas, di compassione.

Proprio come il nostro sguardo su quei corpi dipinti, che, nel delicato movimento, si rivelano a poco a poco nella loro verità. Con coraggio e insieme con timidezza; nella bellezza e insieme nell’umana imperfezione. Sembrano quasi cercare l’abbraccio del nostro sguardo.

Ecco: nello sguardo dell’altro, se si è fortunati, si può anche riposare.