Questa è una storia lontana, e anche piccola, tanto che iniziò e finì nell’arco di una giornata. Ma è ancora dolce nel mio cuore.

Tanti anni fa, mattina presto, mi recavo al lavoro in bicicletta, proprio com’ero solito fare all’epoca. A un certo punto, per puro caso, scorsi una figura che si agitava nel mezzo della strada: era un uccellino dal colorito grigio, così piccolo che poteva stare in una mano. Non era ferito, ma in qualche modo sembrava faticare a rimettersi in volo.

D’istinto lo presi con me. «Meno male – pensai – che ha incontato me. Le auto non avrebbero avuto pietà di te! Di più: non ti avrebbero neppure notato». Lo portai in ufficio, e lì mi affrettai a ricavare uno spazio sicuro nel piccolo terrazzo che si affacciava sulla mia stanza. Una breve ricerca online mi diede il nome: rondone.

Cercai di capire perché non riusciva a volare: stava forse male? Niente affatto. Scoprii in quel momento che non tutti gli uccelli prendono il volo da terra: alcuni, come il rondone, si lanciano solo dall’alto, cavalcando le correnti. Un tratto del genere, che si ascriverebbe con facilità ad una personalità temeraria, è per loro del tutto naturale.

E’ solo questione di aspettare il momento giusto, pensai: ma qual è il momento giusto? «Certamente – mi risposi – non è un calcolo mentale. E’ semplicemente qualcosa che, a un certo punto, sentono dentro di loro». Provai allora a immaginare la scena e mi venne un brivido nel pensare che un essere così piccolo avrebbe potuto, un giorno, regalare una sorpresa tanto vertiginosa. In un certo senso, allora, ebbi fiducia in lui perché lui potesse un giorno averne in sé.

Uscito dal lavoro, mi procurai del cibo – un omogeneizzato – e gli strumenti per dargli da mangiare e da bere. Con una pinzetta portavo i bocconcini al suo piccolo becco: con avidità cercava di masticarli. Era irrequieto, a fatica riuscivo a trattenerlo nella mano, ma capivo che non aveva paura di me.

Poche ore dopo lo affidai ad un’associazione animalista: era la cosa più saggia. Mi dissero che sarebbe stato affidato a un centro di recupero della fauna selvatica, e da allora non ne ho più avuto notizie.

Mi piace pensare che sia cresciuto, che quelle ali appena accennate siano ora forti e robuste. E che un giorno, proprio come la gabbianella del famoso racconto di Sepúlveda, abbia sentito di poterlo fare. Di poter spiccare il volo, magari dal ramo alto di un albero: ancora più alto di quello da cui un giorno cadde. Fiducioso che le sue ali, e le correnti del vento, lo avrebbero sostenuto con generosità.

Qualche tempo dopo – questo lo so per certo – anch’io avrei spiccato il volo. Dall’alto. Accettando la mia paura.