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Di sassolini, merendine e ingranaggi

Della serie: mi tolgo un sassolino dalla scarpa.

Ricordo ancora quando, ormai tanti anni fa, mi recai per la prima volta al Dipartimento di Matematica dell’Università di Palermo, dove mi sarei iscritto al corso di laurea in Informatica.

Accompagnavo un amico, anche lui munito delle stesse intenzioni. Varcammo la soglia della stanza dell’allora presidente di CdL (un tipo burbero, ma che con il tempo avrei imparato ad apprezzare), e il mio collega esordì con qualcosa come: «Ho seguito un corso di programmazione presso un ente di formazione, volevo sapere se poteva essere convalidato…»

La risposta è ancora scolpita nella mia memoria, parola per parola: «Se lo dimentichi! Noi non teniamo “corsi”, questo è un corso di laurea per professionisti!»

Al tempo sembrò anche a me una replica fin troppo perentoria. Il tempo, però, già rideva di me: sapeva che di lì a poco mi avrebbe fragorosamente smentito.

Intendiamoci: probabilmente è vero che non basta una laurea per dirsi professionisti. Che il talento individuale non si forgia tra le righe di un libretto universitario. L’università però – questo sì – ti insegna a pensare. Ti fa dono del pensiero nella sua dualità di analisi e sintesi. Di rigore e astrazione. Di metodo e visione d’insieme.

Allora forse, in un certo senso, io posso dire di essere nato lì, fra quei banchi, e neppure durante una lezione di informatica. Tra le persone che ricordo con più affetto c’è il professor Di Franco, che teneva un corso di matematica. L’unico dove, agli esami, gli studenti potevano portare e consultare qualsasi tipo di testi e di appunti. Certo, perché risolvere quei problemi era puro ingegno.

Io ebbi il massimo: ecco, forse è lì che sono nato. Che ho iniziato ad amare il problem-solving non come mera applicazione della conoscenza, ma come vera e propria “risoluzione di un puzzle”, data dalla combinazione creativa di “tasselli” eterogenei.

Decisi, senza neppure rendermene conto, che sarei diventato uno sviluppatore web. E qui è doverosa una digressione.

Non credo sia sconvolgente affermare che l’informatica esiste da molto prima che vedesse la luce il primo sito web. Esisteva già nei programmi, nei sistemi operativi, nel mondo dell’industria, nella contabilità. Esiste nella calcolatrice che tenete sulla scrivania.

Il web è soltanto una espressione del lavoro del programmatore, ma certamente ha un primato. E’ stata la prima esprerienza che ha visto incontrarsi (scontrarsi?) informatica e marketing.

“Scienze delle merendine” era l’epiteto, volutamente sarcastico, che ai miei tempi si soleva attribuire ai corsi di laurea in scienze della comunicazione. Un modo come un altro per descriverne la consistenza un po’ magmatica, tenuta su più da un “ideale” (quello del “saper comunicare” nella nascente società dell’immagine) che da una solida base teorica, metodologica e scientifica.

Apriti cielo: ad un certo punto, come per miracolo, tutti sono diventati “comunicatori”. E il web, già da prima dell’avvento di Facebook, si è fatto luogo d’elezione della comunicazione d’immagine.

E’ stato così che l’informatico, nella veste di sviluppatore web, è stato accolto in un contesto non prettamente informatico: quello delle “agenzie di comunicazione”. Entità il più delle volte precarie, disorganizzate, gestite da emeriti cialtroni che si dipingono come conoscitori della “sottile arte della persuasione”. Appresa come o dove non si sa, visto che, fino a prova contraria, la mente umana è un mistero anche per i più raffinati psicologi.

L’avrete capito: io sono stato tra questi. Ed è stata la mia più grande ingenuità, che ho pagato cara. Perché non c’è nulla di peggio, per chi cerca di essere buon artigiano del proprio lavoro, che trovarsi fra persone che ne disconoscono portata e complessità, facendone merce. Che sia per avidità o semplicemente per ignoranza e presunzione. Perché, sapete, c’è un’altro scoop: da quando c’è WordPress e la nota “5-minute install”, tutti sono anche programmatori. Almeno finché non si presenta un problema che il plug-in di turno non può risolvere.

Per un po’ ho retto, poi sono andato via, sbattendo la porta. Senza nessuna garanzia per il mio futuro. Sapete? Lo rifarei altre 10, 100, 1000 volte. Perché la dignità non ha prezzo.

Oggi, dopo tante difficoltà, posso dirmi felice. E non tanto per la tranqullità materiale che ho conquistato, ma per un motivo ben più alto: ho ripreso a godere del mio lavoro. Ed è una piccola magia ogni volta che, applicando le mie conoscenze, risolvo un problema; ogni volta che, dentro di me, due ingranaggi in apparenza lontani si incastrano e iniziano a ruotare all’unisono.

E sono lieto e onorato di aver incontrato nel mio cammino i professionisti con cui oggi collaboro da consulente. No, non sono tutti informatici. Ma sono tutte persone che, per cultura, sensibilità o esperienza, riconoscono ogni giorno il valore del mio impegno.

A loro, soltanto a loro, va un grazie dal profondo del mio cuore.

A metà strada

Sono le proprie aspettative che, con umiltà e delicatezza, bisogna imparare ad adagiare sul piano delle reali possibilità di vita? Avere misura di sè, si dice, è indice di saggezza.

Sono invece il proprio talento, il proprio impegno, che vanno affinati con costanza perché prendano il volo e avvistino il cielo terso dei propri sogni? Coraggio e intraprendenza, si dice, sono alla base del miglioramento di sè.

La risposta è: probabilmente entrambe le cose. Trovo che nella mia vita, finalmente, le due parabole si siano abbracciate. Sì, a metà strada.

(in foto: particolare da “Mediterranea” di Pupino Samonà)

Quando la sera…

Quando la sera vado a dormire, è un lento e placido scivolare verso il sonno. Niente di più gioioso che ritrovarmi nell’intimo del mio letto. A lui mi consegno nella sincerità della mia stanchezza, indifeso come un bimbo.

Picasso sa riconoscere il momento, e il più delle volte eccolo lì, a far ciambella proprio accanto a me. Probabilmente si sentirà protetto, ma tante volte mi diverto a pensare che sia lui a proteggere me, a traghettarmi per la notte come un’esperta vedetta, con quei suoi occhi che sono sempre lì per lì a schiudersi alla più piccola sollecitazione.

Il pensiero si fa sempre più lieve e diradato: ad un certo punto realtà e fantasia si intrecciano imprevedibilmente. Quasi sempre ho dei lampi di memoria: ricordi che mi sforzo di ricollocare nella giornata appena conclusa. Poi mi rendo conto: sono ricordi sì, ma di sogni. Di quelli che ho vissuto la notte precedente.

Credevo di averli rimossi, ma sono ancora lì, dentro di me. E sembrano chiamarmi a sè, drappi di una tela sconfinata che si estende notte dopo notte. Arriverò presto.

© 2020 Fabio Vento

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