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456

456” è una creazione del compianto Mattia Torre. Nato come spettacolo teatrale, ha generato anche una serie di brevi episodi televisivi, andati in onda nel 2012 durante il programma “The show must go off” di La7.

456 nasce dall’idea che l’Italia non è un paese, ma una convenzione. Che non avendo un’unità culturale, morale, politica, l’Italia rappresenti oggi una comunità di individui che sono semplicemente gli uni contro gli altri. Per precarietà, incertezza, diffidenza e paura; per mancanza di comuni aspirazioni. In ogni caso siamo soli, e siamo in lotta.

456 è una commedia che racconta come proprio all’interno della famiglia – che pure dovrebbe essere il nucleo protettivo e aggregante, di difesa dell’individuo – nascano i germi di questo conflitto: la famiglia sente ostile la società che gli sta intorno ma finisce per incarnarne i valori più deteriori, incoraggiando la diffidenza, l’ostilità nei confronti degli altri, il cinismo, la paura.

456 racconta la famiglia come avamposto della nostra arretratezza culturale.

nota del regista

Tutti gli episodi erano un tempo disponibili su YouTube, adesso però resta ben poco. Vorrei perciò “salvare” almeno la prima puntata, che in modo dissacrante compendia i temi e il linguaggio della serie intera:

Belle de Jour

Nel 2013 scrivevo…

No, non so che fine abbia fatto. Ma ogni tanto si nasconde fra le pieghe di questa canzone, e da lì mi guarda di sbieco.

E’ ancora lì, lontano dalla città. Fra pigrizie al sapore di caffè e slanci eterni come quel sorriso che si apriva ad aquilone. A costruire i suoi castelli di carta, dove sogna di intrufolarsi facendosi piccina. Saggia e ingenua come un folletto, sa che basterà un soffio a farli cadere.

E sogna di ballare, la belle de jour.

La danseuse sur la scène

Con un po’ di tenerezza riporto, senza commentarle, alcune parole che quindici anni fa, sul mio primo blog, dedicai a un particolare dipinto.

(click per ingrandire)

Uno dei quadri che tengo nella mia stanza è un particolare del quadro di Edgar Degas “La danseuse sur la scène”… ovviamente, la ballerina!

Sapete che gli impressionisti non usano il colore nero? Fa parte di una precisa strategia per massimizzare la riflessione della luce, e quindi la luminosità del quadro.

E che luce, quella che illumina il corpo della ballerina!

Secondo voi proviene da una fonte esterna? O piuttosto irradia dalla grazia di questo momento unico, catturato fra mille come dal più esperto degli odierni fotografi, in cui la ballerina raggiunge l’equilibrio perfetto, fisico e spirituale?

E’ una dimensione individuale e universale insieme, che la distingue delle compagne, dalle maestre di ballo, dagli spettatori incuriositi. Che sono rappresentati di sbieco, quasi come massa indistinta.

Il suo volto beato è quello di chi si riconosce genuinamente in ciò che fa. Di chi ha trovato la propria melodia interiore, ed è riuscito a manifestarla nel proprio “stare nel mondo”.

Essere profondamente “altro da sé” e, al contempo, profondamente sé. Una simile condizione poteva rappresentarla soltanto un Maestro!

Tecnologia e umanità in Wall-E

Il momento più bello è quando il capitano riesce a disattivare l’intelligenza artificiale del “pilota automatico”, e con un semplice gesto ricorda (anche a noi) che era soltanto un timone. La tradizione dei capitani di mare – sembra volerci dire – non è morta, e anche in un futuro ipertecnologico solcare lo spazio può essere come navigare.

Più di altri film Disney, Wall-E parla attraverso le immagini, portando nell’animazione 3D un gusto della fotografia, della composizione di immagine che è proprio del cinema tradizionale. Ma è forse nel character design dei personaggi che offre le più interessanti chiavi di lettura.

In Wall-E ed EVE si confrontano, a ben guardare, due diverse proiezioni dell’immaginario tecnologico: laddove il primo rispecchia le promesse della fantascienza “ottimista” e ingenua degli anni ‘70-’80, la seconda è figlia della tecnologia contemporanea e della sua pretesa di perfezione estetica. Se allora per Wall-E la somiglianza con il robot Johnny 5 del film Corto Circuito non stupisce, il design di EVE va identificato, più che con le forme accoglienti della Space Age anni ‘70, con i rivestimenti patinati dei moderni iPhone.

Meccanico ed elettronico, relais e circuiti, Commodore ed Apple. Ed è bello che sia il primo a trasformare il secondo, in attesa che arrivi l’uomo a riprendere le redini. L’uomo che, pur nell’incubo tipicamente cyberpunk di una tecnologia pervasiva ed anticipatrice dei bisogni, rivela qui – in una proiezione decisamente ottimistica – di non aver perso l’attaccamento alle proprie radici.

Ma il film è da vedere, a parer mio, anche per chi – magari per motivi anagrafici – non è in grado di cogliere queste sfumature. Mi torna in mente un paragrafo da “Le anime disegnate” di Luca Raffaeli, dedicato al coniglietto Tippete di Bambi:

Nel pronunciare quest’ultima frase, il coniglietto è a figura intera sullo schermo, e la scena è tutta sua. Una fiducia ben riposta perchè l’animatore Milt Kahl riesce a compiere uno dei suoi capolavori. In sedici secondi di filmato si possono contare ben undici diverse espressioni del coniglietto, difficili da elencare per come si fondono l’una nell’altra, ritornano, si nascondono, per poi emergere di nuovo. Le indicazioni, per il giovane attore Peter Behn che dava la voce al personaggio, erano: “Thumper comincia a parlare come meccanicamente, poi si ferma a pensare rigido”. Nell’animazione di Johnston il coniglietto respira prima di cominciare a rispondere, in un’evidente atteggiamento di frustrazione, e inizia a far ruotare il piedone sinistro, com’è sua abitudine nei momenti di agitazione. Poi chiue gli occhi e spinge in fuori il musetto per far uscire la lezioncina che il padre gli ha dettato. Qui c’è la pausa, in cui sembra che Thumper non ricordi più nulla, alza gli occhi al cielo come a cercare il resto della frase, poi ricomincia a parlare abbassandosi verso terra con le orecchie all’ingiù e lo sguardo volto timidamente verso la madre, a cercare il suo sosegno. Quando sta per terminare le rivolge direttamente lo sguardo gonfiando il petto d’orgoglio. Per un attimo poi gli balza alla mente che quella che sta subendo è in effetti un’umiliazione bella e buona. Allora il petto si sgonfia e Thumper assume con tutto il corpo una posizione imbronciata, e allo stesso tempo di sottomissione. Si rialza e torna ad asnnusare l’aria (e quindi a fare il normale coniglietto) quando l’attenzone si sposta su Bambi. Ripeto: tutto questo in soli 16 fantastici secondi. Da notare peraltro le orecchie di Thumper: in tutti i passaggi descritti si muovono in modo da sottolineare le espressioni del coniglietto, facendo anche da contrappeso e dunque offrendo al personaggio tutto l’equilibririo e la solidità necessaria alla credibilità, della quale Disney tanto si raccomandava. Come si può far di più?

Come non dire lo stesso di Wall-E?

Due storie dal fronte

Mio nonno Domenico, per tutti Mimmo, ha vissuto una vita lunga e intensa. I ricordi più belli della mia infanzia sono inevitabilmente legati alle estati e alle festività che trascorrevo nelle sue case (di campagna e di città) ad Agrigento.

Ci sarebbe tanto da raccontare su di lui che era sornione e ironico di un’ironia che mai più ho incontrato nella mia vita. Stavolta, però, voglio ricordare i suoi racconti da soldato nella Seconda Guerra Mondiale, fra le truppe italiane di presidio in Albania. Sono ricordi che nella sua memoria si ricompongono senza traumi, non fosse altro che non fu mai nella condizione di sparare.

Nostalgia di casa, cameratismo, piccoli gesti di eroismo: questo era il sapore dei suoi aneddoti. E non mancava neppure una vena straniante e un po’ buffa, come quando a gran voce rievocava i dialoghi con la popolazione locale. Così profondamente diversa per lingua e tradizione, ma con cui era facile condividere l’incertezza per il futuro.

Ho cercato di “ritoccare” il meno possibile per mantenere intatto lo stile un po’ d’altri tempi che affascina almeno quanto la storia in sè…

“Non dire, non sapere”

Mi trovavo in Albania in alta montagna nell’estate del 1943. Mentre i soldati a me affidati per passare tempo giocavano a carte, e precisamente eseguivano il gioco “‘U scieccu’”, io gironzolavo sulla montagna attorno alla postazione militare.

Incontrai una persona anziana, un albanese. Allora io per attaccar bottone incominciai a chiedergli: <<Tu essere contento che gli italiani sono venuti nel tuo paese, non è vero?>>

<<Non dire… non sapere…>> mi rispose lui, impassibile.

Al che continuai: <<Ora saranno costruite strade, palazzi, tutti avere un lavoro…>>

E lui ancora a ripetere: <<Non dire… non sapere…>>

<<Insomma starete tutti bene, verrà il benessere per tutto il popolo albanese.>>

<<Non dire… non sapere…>>

Non capii e me ne andai. Però tanti anni più tardi, dopo la fine della guerra, compresi il senso delle sue parole. L’albanese mi aveva dato una lezione di autentico patriottismo.

Invero, poco gli importava di ciò che io promettevo per il suo Paese. Per lui non aveva nessuna importanza la costruzione di palazzi, di strade ed altro… se questo significava la perdita dell’indipendenza nazionale!

Il capitano

Albania, 1943. Insieme a tanti altri soldati italiani ero stato fatto prigioniero in un accampamento tedesco. I militari nemici, armati, presidiavano i confini del territorio.

Durante la notte fra il 9 e il 10 settembre sentimmo una voce, che diceva: “Italiani! Venite con noi! Italiani!”. Erano soldati italiani liberi che ci invitavano alla fuga dal campo.

Decidemmo di accogliere l’invito.

Il nostro capitano, che aveva una certa età e una certa stazza corporea, incominciò ad interpellare i soldati per sapere se c’era qualcuno disposto a portare il suo zaino.

Dopo tanti “no” un povero soldato accettò l’incarico, facendo presente che era un’operazione difficile in quanto avrebbe dovuto correre portando due zaini: il suo e quello del capitano.

Questo soldato si mise allora a capo dei fuggiaschi e iniziò a correre. Noi tutti lo seguimmo.

Eravamo appena usciti dal campo quando il capitano, boccheggiante, raggiunse il soldato e gli urlò:  <<Ah! Ti sei dato a gambe levate per rubarmi lo zaino, eh? Ladro, farabutto e mascalzone!>>

Allla vista di ciò, indignato io subito intervenni:  <<Ladro, farabutto e mascalzone c’è lei! E’ questo il modo di trattare un soldato che le ha fatto pure la cortesia di trasportare il suo zaino? Si ricordi che i soldati sono sacri e inviolabili!>>

Poi, rivolgendomi ai militari, dissi: << Ragazzi, lasciamolo solo come un cane il nostro capitano, non merita più la nostra considerazione! Da questo momento il vostro comandante sono io! Ma che dico il vostro comandante, io sono il vostro fratello! Ciò che è mio è vostro!>>

Così lasciammo il nostro capitano, e incominciammo la salita della montagna.

Coffee and cigarettes

Ho sempre avuto uno strano rapporto con il fumo. Nel senso che non ho mai fumato: neanche una sigaretta, figuriamoci poi uno spinello. E a tutt’oggi mi parrebbe stupido iniziare.

Eppure, lo confesso, talvolta la tentazione l’ho avuta. Un ex fumatore ebbe a dire che la sigaretta è il luogo di una parentesi. La possibilità di sgraffignare, in qualsiasi dove, in qualsiasi momento, uno spazio e un tempo per sè. “Il fumo è l’unica cosa della mia vita” fece Huma nell’indimenticabile “Tutto su mia madre”. Ecco, questo – e non il fumo in sè – ho desiderato più di ogni altra cosa.

In compenso sono piuttosto generoso con il caffè: talvolta ne prendo anche tre o quattro tazzine al giorno. La cosa divertente è che non iniziai ai tempi dell’università, quando la mole dei libri avrebbe richiesto lo scotto di qualche ora piccola.

“Un uomo entra in un caffè… splash!” fa una vecchia freddura, e chissà che non contenga anche una profonda verità: chissà che non presi l’abitudine proprio per il miraggio di immergermi in quel nero pastoso e fragrante.

Ciascuno ha i propri modi per reagire allo scoramento, e il più delle volte è un intreccio di azioni concrete e di furbi trucchetti. Quando sono giù di corda le mie azioni concrete sono il lavoro e la scrittura. E il mio furbo trucchetto una tazzina di caffè.

“Ma come si permette…?”: quattro risposte

IL FATTO

Qualche tempo fa sono andato a cena in un locale di Palermo. Faceva ancora caldo e i tavoli erano nello spiazzo antistante.

Finito di mangiare, ho fatto per andare via, quando ho sentito dei colpi violenti provenire dai piani superiori del palazzo, come se qualcuno avesse preso a pugni il vetro di una finestra. La proprietaria del locale ha urlato: “Ma che è malato, questo qui?”

Dalla finestra – probabilmente era un ufficio – è sbucato fuori un uomo distinto, in camicia e cravatta, che in preda alla collera ha fatto: “Come si permette di dire che sono malato?” Lei: “Se si rompe il vetro i cocci cadranno qui sui tavoli!”.

A questa legittima considerazione lui non ha replicato, e sempre più inviperito ha rintuzzato: “Ma come si permette di dire che sono malato?”

L’IDEA

Quando vedo veemenza accompagnata da boriosa formalità si risveglia, inevitabilmente, il troll che è in me. Mi sono divertito allora ad elaborare dei possibili schemi di risposta, tutti da recitare con espressione impassibile.

SCHEMA 1
D: “Ma come si permette di dire che sono malato?”
R: (agitando un foglio che si ha in mano) “Ho qui la perizia.” (senza specificare altro)

SCHEMA 2
D: “Ma come si permette di dire che sono malato?”
R: “Io… (pausa)… ti perdono!” (cercando di pronunciare l’ultima parola come se fosse soffocata dalla commozione, distogliendo di colpo lo sguardo per il sopravvenuto pudore)

SCHEMA 3
D: “Ma come si permette di dire che sono malato?”
R: (agitando un foglio che si ha in mano) “Ho qui un’autorizzazione rilasciata dal presidente.” (senza aggiungere altro)

SCHEMA 4
D: “Ma come si permette di dire che sono malato?”
R: “Me l’ha detto l’infermiere.” (senza specificare altro)

Carrellate

Penso che “Joker” di Todd Phillips si sarebbe dovuto chiudere su questa magistrale carrellata all’indietro. Lo penso al punto che la seconda o terza volta che ho rivisto il film al cinema sono uscito dalla sala al termine della scena. Non desideravo altro.

Il pensiero non può che correre a Shining di Stanley Kubrick, che terminava su un lentissimo, vertiginoso zoom in avanti: dove però quello assembrava la complessità del film intorno ad un punto specifico, che ne voleva essere summa e chiave interpretativa, qui si ha il processo inverso: l’attenzione dello spettatore, fino a quel momento ossessivamente concentrata sul protagonista, si dissolve nella molteplicità delle immagini, delle “visioni della realtà”. E’ allora che il discorso del film si fa sociale, ma solo per dichiarare l’impossibilità di “dire” una società, di ordinare le tante voci che la animano.

Come per Arthur Fleck che non riesce a venire a capo dei tanti “sè” che si agitano in lui, tutto ciò che il narratore può fare è mostrarne la natura caotica e irrisolvibile. Che esploderà – pure essa – nelle devastanti scene di anarchia che chiuderanno la pellicola.

The meaning of Monkey Island 2’s finale revealed? And why the Secret may NOT be about it

Warning: spoilers ahead!

One subject of much debate among adventure game fans is the enigmatic finale to LucasArts’ Monkey Island 2: LeChuck’s Revenge.

In the fourth and final act of the game, “mighty pirate” Guybrush Threepwood finally succeeds in recovering the long-lost treasure of Big Whoop, only to find himself in the clutches of his archenemy, zombie pirate LeChuck. He hunts him down across a series of underground tunnels, harassing him with a voodoo doll.

With a clever use of objects and the environment around him, Guybrush eventually manages to build a voodoo doll himself and gets the upper hand. As the zombie pirate lies defeated, he asks his opponent to “remove his mask” and reveals himself as none other than his “creepy brother Chuckie”.

The very final scene sees the two brothers, both pictured as children, in a theme park with their parents. They scold Guybrush for “running off” and thank Chuckie for retrieving him. As the family moves on, Chuckie’s eyes sparkle with a sinister glow…

As fans know, Monkey Island creator Ron Gilbert left LucasArts shortly after this game’s release, so he could never complete what he envisioned as a “trilogy”. Monkey Island 2’s finale then remains open to interpretation: was the whole adventure really a child’s dream? Or are the theme park and LeChuck’s role as Guybrush’s brother just part of a spell to further torment him?

The first assumption seems to prevail among fans, also supported by the idea that the “Secret of Monkey Island” that was mentioned – but never revealed – in the eponymous first game may be that the world in which the protagonist lives is actually the product of a child’s imagination. Frequent anachronisms seen troughout the two games also point towards this.

A special event took place yesterday for the 30th anniversary of The Secret of Monkey Island. Ron Gilbert attended an online interview by the The Video Game History Foundation, revisiting the creation of the first game and also answering questions from fans.

For the first time, he also provided insights into his version of Monkey Island 3, the game he never came to make. In it, he revealed, Guybrush would find himself in hell, fighting against demon pirate LeChuck.

It’s interesting to notice that both ideas – Guybrush in the afterlife and LeChuck as a demon – coincidentally appeared in the “unofficial” sequels to the saga, starting from Curse of Monkey Island by LucasArts up until Tales of Monkey Island by Telltale.

However, this may also shed some light on the true meaning of Monkey Island 2’s finale. For starters, it seems to confirm that Guybrush and LeChuck are “real” as we see them troughout the two games. Therefore the last sequence – Guybrush and LeChuck as children – is quite certainly a spell by the zombie pirate to trap and torment his enemy.

But we could also move further: what if the final scene itself – or, maybe, the whole underground tunnels sequence – takes place in hell already? The treasure of Big Whoop may actually be a portal to that dimension – the Voodoo Lady Guybrush meets at the beginning of the game actually mentioned it as holding “the secret to another world”.

If that’s true, and the world of Monkey Island as it appears to our eyes is “the real thing”, then the Secret of Monkey Island itself has to be looked for elsewhere.

In a way, the mystery continues.

Coni gelato e un po’ di miopia

C’è una nota gelateria di Palermo che, anni fa, segnò una piccola rivoluzione. Ricordo ancora, nelle settimane precedenti l’apertura, l’aggressiva campagna pubblicitaria intorno al tondeggiante logo: forse per la prima volta una gelateria era anche un brand.

E l’investimento, probabilmente, pagò. Oggi, però, di quell’immaginario che dispiegava primizie della natura, antiche ricette, artigiani dal tocco gentile, resta ben poco. Oggi il negozio fa parte – senza pretese, in modo perfino un po’ opaco – del tessuto del centro storico; e, in quanto a manutenzione, pare decisamente lasciato a sè. I banconisti cambiano di continuo (sulla loro posizione contrattuale sarebbe interessante indagare) e, quel che è peggio, ti accorgi che vorrebbero essere ovunque tranne che lì.

Forse qualcosa è andato storto. O forse semplicemente si è ritenuto che, fidelizzata una clientela, non valesse la pena investire un altro centesimo. Se è così, potrei dire che sia un caso emblematico di come “vanno le cose” a Palermo.

Prima (umile) considerazione. Il brand, se di questo si vuole parlare, non lo fanno solo i segni e le parole. Lo fa anche l’esperienza complessiva del luogo. Il mood, se vogliamo seguitare nell’uso degli anglicismi tanto cari agli esperti di marketing.

Seconda (altrettanto umile) considerazione, collegata alla prima. Chi fatica a considerare i propri dipendenti persone, vedendo in essi soltanto delle risorse, trascura un dettaglio che è all’indice degli stessi manuali di marketing. La capacità – ormai apparentemente dimenticata dal settore del commercio – di saper accogliere il cliente. Di seminare, in qualche modo, un ricordo piacevole che si stagli sull’indifferenza di chi, consumando, passa subito oltre.

E quale dipendente, quale commesso, quale banconista può essere più propenso ad un atteggiamento empatico, se non uno che si veda anzitutto rispettato nella propria dignità di lavoratore?

© 2021 Fabio Vento

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